Quilting is my therapy #3

Angela non si lasciò demoralizzare dal risultato catastrofico del quilt show locale, pochi contatti, qualche biglietto da visita che qualcuno prese giusto per pietà e una sola persona che la richiamò dopo qualche mese. Avrebbe avuto più di un motivo per lasciar perdere, invece dopo qualche tempo ottenne il suo primo lavoro su commissione per il quale ricevette 35 dollari. L’orgoglio e la felicità con cui andò dal maritino  (in questo punto del libro lo chiama proprio così ‘hubby’, un vezzeggiativo) per dirgli ‘Andiamo fuori a cena’ la fa ancora sorridere, era il suo primo obiettivo raggiunto, l’inizio di quello che lei stessa chiama ‘American dream’, il sogno americano. Poteva lavorare a casa, guadagnare facendo quello che più le piaceva, davvero un sogno.

Quell’unica cliente che la richiamò dopo lo show era Kathy, stava aprendo un nuovo quilt shop e voleva che Angela quiltasse qualche campione. Divenne la sua cliente preferita e dopo qualche anno le raccontò piena di eccitazione che sua figlia sarebbe divenuta una designer di tessuti. Kathy fece in modo che le ragazze si incontrassero e Angela iniziò a quiltare anche per la figlia.

Adesso vi rivelo con quale nome è conosciuta la figlia di Kathy. Chi non ha ancora grande dimestichezza con questo mondo non lo troverà così sorprendente, ma se vi dico che ora è una delle più famose designer tessili americane dovrebbero venirvi i brividi come vengono ad Angela intanto che lo scrive. La ragazza è Tula Pink.

Dal loro ‘matrimonio’ (Angela scrive proprio che erano ‘married’ attraverso il quilting) e dall’incontro con il Moder Quilt Movement, nasce la straordinaria carriera di questa giovane quilter, ora più consapevole delle proprie capacità e decisa a farle fruttare. Aveva esperienza di quilt tradizionali ma sapeva apprezzare e trapuntare anche quelli moderni, sapeva che avrebbe potuto portare il suo lavoro ad un livello più alto. Lesse libri su come fare business e come raggiungere gli obiettivi ed ora eccola qui tra queste pagine con tanta voglia di giocare, sperimentare e divertirsi.

I quilt fotografati sono bellissimi, geniali. Se ‘quilting is my therapy’, il filo è la mia medicina dice Angela, diversi colori e sfumature nel filo arricchiscono in modo sorprendente il disegno. Colora la stoffa in modo non proprio ortodosso, nel quilt ‘Inspire’ ispirato proprio dai graffiti sui muri, Angela colora la scritta mettendoci più tempo di quello occorsole per la trapuntatura (le credo solo perché è lei), l’ombreggiatura delle lettere la fa con un pennarello nero permanente perché …non aveva il colore nero per tessuto. Si ripromette di non imbarcarsi più in una simile avventura per poi ripeterla nel quilt ‘Legacy’. Come non volerle bene?

Tante cose ancora da dire e vedere insieme, così vi aspetto a riscuotere il premio del concorso, preparo un the ghiacciato e ci guardiamo ogni centimetro di questo libro, a presto!

Quilting is my therapy #2

Angela non ha mai amato la quiltatura a mano, Jeremy e il nonno erano decisamente più bravi di lei. Quando il nonno un giorno le disse che avrebbero dovuto prendere una macchina da cucire longarm (macchina per quiltatura professionale), Angela rispose subito ‘Si penso proprio che dovrei…ma cos’è?’. Chiesero informazioni e cercarono di capire come potesse funzionare, Angela si convinse che la grande macchina per quiltare longarm dovesse essere computerizzata, come si sarebbero d’altronde potute fare quelle complesse cuciture?

Nell’attesa che quella straordinaria macchina arrivasse, continuò a trapuntare a mano insieme al marito e al nonno di lui, seduti fianco a fianco raccontandosi storie. ‘Avrei voluto aver scattato foto di quei momenti, ma ero troppo impegnata a godermeli’ confessa.

Quando arrivò la tanto attesa longarm insieme ad un signore che le illustrò come utilizzarla, erano presenti Angela, Jeremy, il nonno e pochi altri familiari, un vero e proprio evento. Angela dovette fingere di non essere spaventata a morte, realizzò ben presto che non era affatto computerizzata ma che avrebbe dovuto gestirla completamente a mano. Come mai Angela non utilizzò la sua macchina da cucire per quiltare? Semplicemente perché nè lei nè il nonno sapevano che avrebbero potuto farlo.

Qualsiasi cosa lei facesse per il nonno era bellissima e perfetta, questo è stato l’elemento chiave per il suo successo. Non c’era YouTube, non c’erano tutorials, il nonno era l’unico quilter che lei avesse mai conosciuto, se lui diceva che era la migliore, lei lo credeva. Non c’erano confronti con foto su Instagram ma semplicemente il piacere di imparare a quiltare a macchina.

Trapuntò una trentina di quilt top che il nonno aveva tenuto in serbo per lei. Non fu affatto facile, anzi fece tantissimi errori. In un quilt si accorse solo alla fine della trapuntatura che il quilt back era troppo piccolo per il top, l’unica soluzione le sembrò quella di tagliare parte del top. Quando lo consegnò al nonno insieme alle scuse, il nonno le disse semplicemente ‘È perfetto!’. Finì di trapuntare e di… rovinare i 30 quilt top ma intanto aveva iniziato la fase seguente della sua carriera di quilter.

Il bivio era : fare altri quilt top per poterli quiltare o cercare qualcosa di già pronto da trapuntare con la sua longarm, che di tutto il processo di realizzazione di un quilt è la cosa che preferisce. Si avvicinò ad una associazione locale (dove altro poteva trovare qualcosa da quiltare?), per scoprire di essere di gran lunga la più  giovane tra le partecipanti, aveva 24 anni, e che l’associazione organizzava mostre di quilt.

Fece quello che nessun’altra volle fare, si offrì volontaria come venditrice al quilt show locale. Fu un quasi disastro, a cui partecipò con un solo quilt. Inesperta, si sentì quasi patetica seduta a quella bancarella praticamente vuota, ma ormai era troppo tardi e l’unica alternativa possibile era sorridere e sperare per il meglio.

Che fu esattamente quello che accadde.

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Quilting is my therapy #1

E’ talmente bello che me lo sono letto tutto andando a cercare sul dizionario le parole che non conoscevo. Non mi trovo propriamente a mio agio nella lettura in inglese, ma è tale la voglia di sapere e imparare che da un po’ non è più un ostacolo, la stragrande maggioranza dei contenuti riguardanti patchwork e quilting è tutta in inglese. Ultimamente  tendo a non oppormi al disagio, appena posso gli vado incontro e questo ha molti vantaggi: scopro cose nuove, acquisto sicurezza, ridimensiono paure, non spreco energie nella ‘lotta contro’, ma le serbo per il cammino verso il futuro.

‘Quilting is my therapy’ è la storia di Angela Walters, mitica quilter d’oltreoceano, di come è entrata in questo mondo e di come è diventata quello che è. In modo del tutto inconsapevole direi.

Il libro ha la precisa volontà di ispirare, non intimidire. Come ho già visto in tanti, se non in tutti i libri di modern patchwork, le foto rivelano bene e volutamente anche le imperfezioni. La perfezione è una qualità non ricercata perché è direttamente proporzionale all’insuccesso di un progetto, ricordate il motto ‘better done than perfect’? Angela lo dice chiaramente, non ci sta raccontando la sua storia per celebrare la sua grandezza ma per mostrarci quello che possiamo fare, se l’ho potuto fare io chiunque può farlo. Incredibile?

Angela Walters era fast-food manager senza nessuna competenza di cucito, fallí per ben due volte un test sulla macchina da cucire in economia domestica alle scuole medie, lo passò al terzo tentativo solo perché l’insegnante ebbe pietà di lei e le suggerì le risposte. Non sapeva nemmeno cosa fosse un quilt finché non incontrò Jeremy il ragazzo che sarebbe diventato suo marito.

I nonni di Jeremy iniziarono a fare quilt una volta in pensione, ne fecero uno per ogni membro della famiglia. Per averlo, anzi per vincerlo bisognava partecipare alla riunione annuale della famiglia, si poteva vincere un solo quilt una sola volta. Non era ancora sposata a Jeremy quando partecipò alla prima riunione. Non si capacitò delle proteste e della competizione per ottenere l’agognato premio che per lei era nient’altro che una coperta (sacrilegio! Come ammette lei stessa). Jeremy non vinse quella volta, così quasi per ghiribizzo chiese al nonno di mostragli come poteva confezionargliene lei uno. Non aveva nessuna esperienza di cucito ma il nonno le assicurò che avrebbe potuto benissimo farlo, le lasciò scegliere la stoffa e il motivo e così nacque il suo primo nine-patch quilt che è ancora sul suo letto.

Impiegò un’ora a fare il suo primo blocco, il nonno le aveva dato una sagoma quadrata di circa 10 cm insegnandole a segnare la stoffa e a tagliarla con la forbice. “Magnifico lavoro! Adesso lascia che ti insegni il metodo più facile” e tirò fuori piano di taglio, rotary cutter e riga, senza quegli strumenti moderni Angela ammette che non sarebbe diventata una quilter.

Si alternano immagini di splendidi quilt al racconto spesso divertente di come è diventata una delle più influenti modern machine quilter, il passaggio da hand quilter a machine quilter è memorabile, ma ve lo racconto la prossima volta che devo portare fuori il cane e fare la pizza. Un bacio!

E’ pronto il back!

Ci siamo! Ho cucito il retro del quilt bianco, rosso e blu. Sono partita da un blocco avanzato (solo perché tagliato male) e ho aggiunto tre diversi tagli di tessuto sfruttando le strisce rimaste per unire il tutto. Ho raggiunto le dimensioni necessarie per un pelo!

Metterò un’imbottitura di cotone leggero, più lo guardo più vedo la primavera e sento il fresco delle ultime serate estive.

Non arriva ancora il nome. Vero è che per tutti gli altri il battesimo è stato dopo l’ultimo punto dato per il binding (il bordo che lo rifinisce).

Sposterò  buona parte del mobilio della sala per mettere insieme i tre strati, il top è 240×180, mi procurerò un osso per evitare che il mio cane ci si sdrai sopra e rimanga impegnato tutto il tempo che occorre per rovinarmi le ginocchia e preparare il sandwich (sono i tre strati del quilt assemblati ginocchioni sul pavimento 😢).

Dopo di che lo guarderò a lungo, farò scorrere le dita lungo i disegni, cercherò di vedere le cuciture non ancora fatte, appoggerò gugliate di filo e magari lo segnerò col gesso. Rileggerò tutti i consigli dei partecipanti al concorso, aprirò libri e riviste e mi dirò ancora una volta “chi me l’ha fatto fare di quiltare un solo pezzo così grande”, mi verrà paura, anche tanta, di rovinarlo e mi rifarò la promessa mai mantenuta di non farlo più.

Solo alla fine mi sarà di nuovo chiaro che la vita è bella, e lo è di più quando qualcosa ti porta fuori dall’ordinario, quando ti chiede di metterti in gioco, di fidarti del tuo intuito. Guarderò quei metri di stoffa e senza prenderli troppo sul serio, senza prendermi troppo sul serio e mi dirò che comunque vada avrò fatto del mio meglio e sarà sempre meglio.

Per cui se vi chiamerò o manderò un WhatsApp disperato in cerca di conforto poco prima di iniziare a quiltare, ricordatemi queste perle di saggezza!

P.S. La giuria è in forte imbarazzo nello scegliere il vincitore del concorso, se va avanti così mi sa che vincono tutti…