Inizia la scuola, mamma mi fai un nuovo astuccio?


Immaginate quanta tenerezza può fare una richiesta di questo tipo se ve la fa una ragazza, anzi una donna di 19 anni che sta preparando i bagagli per il trasloco in un’altra città dove inizierà a frequentare l’università. Aggiungete che è vostra figlia (anzi, solo fino a due minuti prima era la vostra bambina), che è domenica sera, siete stanche morte perché è stato un week end da delirio, sono le 19 passate e il resto della famiglia si aspetta anche una cena. Avvertite una stretta al cuore.

La prima cosa da fare è formare le coppie giuste: marito+cane, figlio+cena. La figlia è già in coppia con una mission impossible: sta cercando di fare entrare l’intero guardaroba primavera-estate-autunno-inverno in una valigia di medie dimensioni che dovrà riuscire ad issare autonomamente sul treno l’indomani. Se si considera che il marito ha terminato solo da qualche ora una gara di triathlon e non sente alcuna necessità di fare altri chilometri col cane, il figlio ha la fame e l’impazienza di un adolescente di 16 anni e la figlia ha aggiunto alla richiesta dell’astuccio anche un orlo ad un paio di jeans, un attimo di smarrimento viene. L’importante in questi casi è non farlo durare troppo a lungo, concentrarsi sull’essenziale e non perdersi in recriminazioni, it is what it is riporta la respirazione al giusto ritmo.

Si fa scegliere alla scolara la stoffa, proponendole il minimo delle combinazioni, vi vedete già chiaramente chine a trapuntare alle due di notte intanto che tutto il resto del mondo dorme. Filo, cerniera, ritagli di imbottitura, macchina da cucire oliata e… via! Ci vuole più tempo a decidere di farlo che farlo!

Tessuto per esterno astuccio pronto per essere trapuntato su leggera imbottitura sintetica:

Trapunto semplice a righe di diversa ampiezza

Già la cerniera? Eh si, a volte è più lungo pensarlo che farlo… Si sostituisce il piedino alla macchina da cucire, tessuto esterno e interno bianco a cuoricini dritto contro dritto e in mezzo un lato della cerniera, si tiene il tutto con qualche clip (in questo caso decisamente più comode degli spilli) e si cuce

Dritto contro dritto i tessuti trapuntati esterni, dritto contro dritto quelli interni, si mette l’altro lato della cerniera in mezzo alla metà  ancora da unire e si cuce

Si torna al piedino normale della macchina da cucire e si ribattono sul dritto le cuciture appena fatte

Si accoppiano di nuovo dritto contro dritto le due metà dell’interno e dell’estero dell’astuccio, questa volta tenendole separate tra loro

 

Si mettono clip e si cuce quasi tutto il perimetro dell’astuccio lasciando una piccola apertura in un lato della stoffa esterna, servirà per rivoltare il lavoro dopo aver tagliato la cerniera in eccesso. Attenzione, la cerniera deve essere aperta almeno in parte altrimenti non rivolterete un bel niente!

prima però una cucitura agli angoli per dare spessore al fondo della bustina

Si tagliano le orecchie appena cucite, si rivolta, si chiude con piccoli punti invisibili il fondo dell’astuccio lasciato aperto per rivoltare et voilà

Mi rendo conto che la sequenza è un po’ sbrigativa, ma era tardi, avevano fame, la valigia non si chiudeva e non potevo occupare il tavolo un secondo di più, ho appoggiato l’astuccio al mobile accanto per un ultima foto perché altrimenti ci avrebbero apparecchiato sopra.

L’ho guardato con amore, davvero tanto felice che mia figlia me l’abbia chiesto, con un sorriso al pensiero che serva per la scuola (chissà se fa effetto anche a lei il fatto di essere già così grande da andare all’università) e contenta di non essermi persa d’animo, alla fine non ci è voluto poi così tanto tempo… tanto che presto ne farò un altro, l’interno bianco non durerà molto!

Poteva andare peggio

Ho finalmente capito cosa non quadra con la  frase consolatoria “poteva andare peggio”. Poteva andare peggio presuppone che uno si debba accontentare di quello che ha o che non si lamenti per quello che gli è capitato proprio perché poteva andare peggio. Ma anche se poteva andarmi peggio, perché mi deve andare bene quello che mi è toccato in sorte se non mi va? È una forzatura, posso ripetere come un mantra poteva andare peggio, ma restare arrabbiato e insoddisfatto ad oltranza. E poi siamo davvero sicuri che sia così consolatorio pensare che ci sono persone, tante, che vivono situazioni più impegnative della nostra?

Quest’estate in vacanza mi sono ubriacata di sole, mare, libri e…Sherlock Holmes. In continua ricerca di un modo piacevole per migliorare il mio inglese (mi serve per carpire tutti i segreti svelati nei tutorial di patchwork!), mi sono guardata su Netflix tutti gli episodi della serie televisiva prodotta dalla BBC con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman. È uno Sherlock Holmes moderno, molto bello (in tutti i sensi 😍) e vale la pena seguirlo in lingua originale, il protagonista ha anche una bellissima voce (sottotitoli in italiano perché a volte è così veloce nell’eloquio che si acchiappa una parola su dieci). In uno di questi episodi c’è una scena in cui Scherlock consola un amico colpito da un tragico evento (non entro in particolari per non rovinarvi nulla). L’atmosfera è carica di pathos e l’unica frase che viene detta in un abbraccio è “it is what it is” come dire “questo è quello che abbiamo, si parte da qui”. Non ci sono recriminazioni o confronti, ma la semplice constatazione di una realtà che, per quanto avversa, è affrontata in presenza di un amico.

Ecco la chiave consolatoria, non tanto posizionarsi un gradino al di sotto della massima sfiga, ma essere consapevoli, almeno in due, del fardello che al singolo pare insostenibile. Questo è quello che ho, questo è quello che al momento fa di me quello che sono, c’è un posto anche per me? Non essere capiti, non essere visti, riconosciuti o accettati, fa di noi persone senza terra su cui poggiare i piedi, senza un futuro e con un presente ingombro di passato, senza il minimo ossigeno per un respiro.

Perchè questa riflessione proprio al rientro da vacanze così speciali? Perché sono capitate tante cose che mi hanno fatto dire it is what it is più di una volta. Si parte da quello che c’è e si fa del proprio meglio, e se un amico non può far altro che dirci in un abbraccio “it is what it is”, avremo già tutto quello di cui abbiamo bisogno: un abbraccio che contenga il nostro passato, un presente per viverlo coscientemente e un futuro che ci troverà più ricchi di un’esperienza.