Scrittura terapeutica

Sto “scrivendo” un nuovo piccolo quilt, un quilt per un bimbo che si chiama Bruno

e intanto pressa la voglia di scrivere davvero..

Sono troppo grande per un bigliettino a Babbo Natale, ma la tentazione di scrivere una lettera è davvero molto forte. Scrivere mi ha sempre fatto sentire meglio, mi mette in contatto con la mia parte più intima, sincera. È sorprendente la mole che si riesce a spostare con carta e penna. Macigni, intere catene montuose irte di punte e asperità che poggiano pesantemente sulla bocca dello stomaco, che schiacciano i polmoni e premono sul cuore finché non batte quasi più, vengono spazzati via come se fossero toccati dalla bacchetta di un mago. Svaniscono portandosi dietro anche la sgradevole sensazione di aver perso tanto tempo a rimuginare, tempo che non è stato vissuto.

Qualche anno fa ho fatto un corso di scrittura terapeutica con Sonia Scarpante (se appoggiate il dito sul suo nome andate dritti dritti al suo sito internet). Sonia ci invitava a scrivere tutto quello che passava per la testa e il cuore, in modo da dare sollievo ad entrambi. Il mio incontro con questo corso è avvenuto in un momento in cui un evento mi aveva ricordato che, come tutti, ho una data di scadenza. Quando vi trovate in una situazione che vi fa sentire che la fine della vostra vita è un eventualità più che concreta, avete fondamentalmente due strade percorribili:

1) Cavolo! Devo darmi da fare!

2) Ueeeeee! Che sfortuna, proprio a me…! E aspettare che il resto del mondo paghi pegno perché la sfiga è solo vostra, gli altri stanno meglio di voi.

Ho già espresso il mio pensiero a riguardo nel post Poteva andare peggio . Posso solo sottolineare come ognuno di noi abbia un proprio sistema metrico dove il dolore, l’evento negativo in generale, raggiunge sempre il valore più alto e non è comparabile con quello di un altro. È il mio motivo, il mio sistema di misura, è la mia vita che devo e posso gestire. Non è sfiga. È una cosa che è capitata a me e di cui mi devo occupare (it is what it is).

Meno raramente di quello che si pensa, un evento ad alto impatto emozionale può trasformarsi in una grande, grandissima opportunità. Di fare, fare quello che non si ha mai avuto il coraggio di affrontare, cambiare, concedersi il lusso di sbagliare… si inaugura un nuovo sistema metrico dove le cose che davvero contano sono così poche, ma così poche che si vede tutto con occhi diversi.

Nel corso di scrittura terapeutica ho scritto svariate lettere, tutte terribilmente importanti, dolorose. Un miscuglio di sangue e lacrime dipanato dai vari Caro X…, Cara Y…, Cari XY…, e così via, come trascinata da una corrente vitale impossessatasi della mia mano che mette in fila nero su bianco sulla carta quello che é aggrovigliato nell’anima. E qui la magia: una volta fissato sulla carta, resta lì, l’anima si alleggerisce. Sonia non escludeva la possibilità di inviare realmente la lettera al destinatario, cosa che in un caso ho fatto e la cui efficacia si è moltiplicata esponenzialmente.

E così prendo carta e penna non per scrivere a Babbo Natale, ma per scrivere ad una persona che non leggerà questa lettera, o se mai dovesse farlo, non lo farà consapevolmente. Ho bisogno che anche questa volta funzioni, la mia anima è appesantita, Natale che si avvicina mi chiede di rinascere.

Buongiorno X, non so dirti in realtà cosa mi porta ad essere così ostile con te, forse la necessità di lasciarti andare, di chiudere davvero. Temo di non essere affatto brava in questo, mi fa paura, mi da dolore. Sei una delle mie più grandi delusioni, credevo avessi un’altra testa, un altro carattere. Credevo di avere una forza diversa e invece eccomi qui a controllare quello che dico, attenta a non creare ponti, nemmeno per un’escursione senza impegno. Mi domando l’origine della mia rabbia, in fondo quello che da fastidio a me danneggia te. La tua rigidità mentale, l’incapacita di mettersi in gioco, di allargare lo sguardo, di uscire dall’ignoranza pur avendone la posssibilità, solo per pigrizia, solo perché il tuo principale impegno è compiacere chi ti sta intorno. Non c’è cattiveria in questo, solo un primordiale istinto di sopravvivenza che tiene conto dell’ambiente che ti circonda, dimenticando chi sei, se mai lo sai. Ho nuotato controcorrente per dimostrare che gli altri si sbagliavano, che la tua natura era diversa, ora sono senza fiato su uno scoglio. Nessuno mi ha detto “te l’avevo detto”, tutti mi sono incredibilmente vicino nell’attesa che i miei polmoni si riempiano nuovamente d’aria. È una battaglia che ho perso e, nel domandarmi come ho potuto fare un errore di valutazione così grande, mi dico che finché si sbaglia si è sulla strada giusta. Sbagliare è un verbo vitale, di movimento, di evoluzione, significa che sono ancora giovane, che devo crescere, posso desiderare di più ? Così prendo questo impegno pubblicamente, in modo da tenere a bada la tentazione di tirarmi indietro: da oggi depongo l’ascia, lascio che il tuo dire una cosa, farne un’altra e pensarne un’altra ancora, sia semplicemente un modo d’essere, il più lontano possibile da me. Restare chiusi nel proprio piccolo mondo, non volersi confrontare, è una tua scelta, diversamente ti costerebbe fatica, fatica che non vuoi sostenere. Ti lascio dove sei, col tuo sorriso di facciata, scottata dall’aridità e dall’avarizia del tuo intelletto, ma rispettando la tua scelta di essere quello che sei. Non devo recitare, devo solo pensare a me quando parlo con te, stare attenta a conservare la mia energia ed emozioni per quello che è importante per me e non dissiparle. Guarderò te e penserò a me, mi chiederò dove sono e, se mai ti fossi troppo vicino, mi tirerò dolcemente un orecchio per tornare sulla mia strada di battaglie perse e di vita vinta.

La domanda “io dove sono?” sarà il mio nuovo mantra. Riportare l’attenzione a me stessa servirà a ricordare che sono altro rispetto al sentimento che ha preso il sopravvento, a mantenere la giusta distanza in modo da  vivere quello che scelgo di vivere e non cadere nella tentazione di giudicare il resto che mi circonda. È altro da me, e tanto basta.

Intanto ricevo posta anch’io, bellissima (sono la bionda a destra!):

Grazie Elettra 😘!

Dopo la neve…arriva Natale!

E ora che la neve è arrivata

ci prepariamo al Natale. Immagino che ogni casa sia un po’ come l’officina di Babbo Natale:

Ho trascurato il trapunto a mano e ho tirato fuori dall’armadio la mia amata Blue (la macchina da cucire). Insieme abbiamo fatto dei sacchetti per i regali utilizzando vecchie camicie di mio marito e ritagli di imbottitura:

ho messo una strisciolina di imbottitura per rifinire la parte superiore del sacchetto

e anche sotto alla palla di Natale con le cinciallegre

Se avete la fortuna di avere un marito “ben piantato” come il mio, da ogni camicia ricavate un sacchetto e avete avanzi per fare altro, magari una bustina…

Intanto che la macchina da cucire è sul tavolo, quasi quasi faccio qualche Mug Rug (sottotazza)

e scopro con grande piacere che il retro potrebbe essere utilizzato per l’Happy Hour 🥂!

così mi fermo, testo un “Mug Rug Happy Hour” e mi verso un calice di Martini. Una patatina dopo l’altra io e il mio cagnone ci diciamo che la magia del Natale proprio non ha età…

Aspettando la neve

Le previsioni l’hanno data copiosa anche in pianura, io e il mio cagnone aspettiamo in trepidante attesa (io un po’ meno…) e intanto tempriamo il fisico in qualsiasi condizione la natura si proponga. Giornata bigia autunnale:

Un po’ di gelo:

La nebbia:

Un raggio di sole inaspettato:

Alba infuocata (ma che freddo!):

 

A casa è passata di nuovo la fatina per cucire un calendario dell’avvento per un piccolo amico:

e la Simo si è imbarcata in un’impresa epica, ha deciso di trapuntare a mano l’ultimo quilt. Fatto con tessuti giapponesi e americani, è ottenuto da quadrati di cm 15×15. Le operazioni di taglio dei tessuti sono durate parecchio, gli angoli dei quadrati sono stati sostituiti da tessuti diversi, allo scopo ho tagliato 768 quadratini di cm 5×5

Altro processo laborioso è stato l’abbinamento quadrati-quadratini, ma una volta fatto, cucire è stato semplice. Non ho segnato ne stirato le diagonali dei quadratini, ho attaccato del nastro adesivo in silicone (delicatissimo per la pelle, ancor di più per la mia macchina da cucire) alla base della macchina da cucire, in modo da mantenere l’inclinazione corretta del blocco durante la cucitura:

Poi ho tagliato solo il triangolino del quadratino piccolo, senza tagliare anche l’angolo del quadrato più grande:

In un tutorial Leah Day, se non ricordo male, consigliava di non tagliare il blocco originale. Lasciando integro il quadrato di 15×15 cm, durante il processo di assemblamento dei blocchi si evitano distorsioni. C’è un ulteriore vantaggio con questo metodo, non ho rifilato ulteriormente il blocco una volta cuciti gli angoli, ho utilizzato come riferimento per le cuciture il perimetro del quadrato 15×15.

Qualche tentennamento nel dividere i blocchi in gruppi di tonalità chiaro/scuro per poterli abbinare con una certa uniformità. Trasformare la foto dei blocchi in bianco e nero ha facilitato il compito

Approvata la composizione

ho raccolto in pacchetti le righe  per la cucitura finale

E alla fine mi sono tolta anche questo sfizio, ho infilato l’ago con un Retors d’Alsace n.12 e, prima di capire bene come si fa, sono partita a trapuntare.

Ho utilizzato ditali di ogni tipo quasi su ogni dito, messo e tolto telaio, cambiato ago più volte, perso le impronte digitali, la sensibilità su due dita e rischiato la distorsione dei pollici, avviluppato il quilt in inestricabili spirali intanto che mi chiedevo perché lo facevo. Ogni giorno un tutorial diverso e la speranza di trovare il mio metodo, ogni giorno la consapevolezza che avrei potuto trapuntarlo a macchina in un tempo assolutamente più contenuto, ma…

Ma…il rumore che fa il filo da ricamo intanto che attraversa la stoffa mi ha stregato, ripetere un gesto così lento e tranquillo ha messo pace nei miei pensieri. Il tempo è scomparso, abituato a scorrere veloce e implacabile, non si è fatto una ragione del fatto che non lo sfruttassi al massimo. L’ho trattato come se non esistesse, come se non avesse tutto il valore che gli diamo, come se ne avessi all’infinito. Incredulo ha lasciato il posto alla crescente certezza che, punto dopo punto, avrei costruito una dimensione parallela in cui il tempo non c’è, la Simo non deve correre, non deve rendere al massimo, ma anzi si può fermare, può fermare quello che vuole.

Magico.

I miei punti sono piccoli, irregolari, molto naïf, quasi tribali. Ho tentato quasi tutto e fatto quasi tutto quello che non si deve fare nel trapunto a mano, sono comunque molto orgogliosa, ho affrontato una mia chimera, non dovrò più dire “non sono capace” ma potrò dire “sono capace a modo mio”, un bel traguardo.

Dopo qualche incertezza ho deciso di trapuntare dei cerchi all’interno dell’ottagono, volevo disegnare delle righe ma il mio cane non me lo ha permesso, sospetto non le piacessero proprio

L’idea dei cerchi le è piaciuta subito, sarà stato il piattino che le ricorda il momento della pappa, forse il più bello della giornata…

Il mio primo quilt senza tempo e… dedicato a Rima, il mio cagnone, c’è un feeling speciale tra i due (come spiegarle che però lo userò io?)

I triangolini che ho tagliato sono finiti in una scatolina, ma ci sono rimasti poco. Soffrivano di claustrofobia e si sono tuffati su un pezzetto d’imbottitura

tanto fitti da creare un nuovo tessuto che ho ricoperto con un pezzo di tulle nero

La mia Blue (la mia macchina da cucire, anche la vostra ha un nome?), ha poi trapuntato in linee semplici

 

e creato una bustina

 

che ho impacchettato chiudendola con un nastro di cotone ricavato da una maglietta non più utilizzabile (qui il tutorial  http://www.craftpassion.com/recycle-tutorial-making-of-t-shirt-yarn/2/  ) e usando per il fiocco i ritagli del tessuto creato per la bustina

Se si vogliono riposare le mani ancora un po’ se ne può fare un’altra magari trapuntandola col free motion

Poi basta che se no la Rima fa la cuccia nel quilt che aspetta di essere trapuntato! A presto 😘