Senza copione

Un nuovo quilt! Proprio ora che continuo a dirmi che non ho tempo. In realtà è molto più  semplice: per portare a termine un lavoro occorre iniziarlo. Non è la scoperta dell’acqua calda, è la prima mossa astuta da fare quando non si ha tempo per niente ma si vuole fare un quilt. A gennaio ho terminato “Best friend”, il quilt trapuntato a mano, poi l’epidemia influenzale ha fatto lievitare le ore di lavoro, ho iniziato una sfida epica con la corsa, ripreso in mano i miei amati libri, casa, spesa, cucina, stiro, qualche guaio, un aperitivo con un’amica speciale, perché ci vuole anche un po’ di svago… insomma si fa in fretta a finire una giornata.

La mia Juki intanto riposa in silenzio al buio di un armadio, neanche fosse in castigo. Mentalmente faccio l’appello, passo in rassegna le mie stoffe, ho idea di quello che voglio mettere insieme. Confesso che un paio di volte ho aperto l’armadio, le ho tirate fuori, allineate, provato diverse composizioni e rimesse dentro.

Poi arriva il giorno giusto. Che non lo sai che è quello giusto finché non ti accorgi che le stoffe non le riponi più nell’armadio ma le lasci sul tavolo. Non ci sono segnali particolari, semplicemente le giornate non possono continuare ad andare avanti così.

Basta una mezz’ora di un’altra giornata per decidere definitivamente quali tessuti saranno per sempre insieme nel nuovo quilt.

Un po’ di tempo occorrerà per decidere come tagliare, lo farò in una pausa pulizie di casa con una tisana in mano.

Un giorno, dopo aver demolito la pila di biancheria da stirare, appoggerò finalmente il ferro sui tessuti da usare.

Una cena veloce e preparata prima di andare al lavoro, mi lascerà il tempo per il taglio.

Le mie stoffe mi guarderanno interrogativamente per qualche giorno, eviterò di ricambiare lo sguardo per non soffrire. Allineate sul piano di taglio aspettano che compaia la mia amata Juki. Ho si e no un’ora e mezza prima di cena, non è forse il momento giusto per tirare fuori la macchina da cucire e occupare metà tavolo, ma in certi giorni quello che è giusto è semplicemente quello che vuoi.

Così a pezzettini, sfruttando qualche mezz’ora, un’ora  o due (evento più unico che raro), arrivo ad avere pronti i miei 336 quadratini bicolori.

Ho usato i fogli di “Cake Mix Recipe” per cucire. Visti in diversi tutorial e comperati da un rivenditore durante un quilting day. Permettono di tagliare la stoffa con leggera approssimazione o di utilizzare tagli non proprio perfetti e di cucire senza segnare alcuna linea. Non si deve far altro che mettere dritto contro dritto due quadrati di stoffa da 10 inch, seguire le linee tratteggiate per cucire e le linee continue per tagliare. Una pacchia, anche se dopo la carta bisogna toglierla…

 

E ora il momento della verità. Qual’era il mio progetto? Rullo di tamburi e…. un po’ di imbarazzo. Il mio progetto era cucire insieme stoffe che mi piacessero. Tutto qua. Così ora ginocchioni sul pavimento provo diverse combinazioni con i miei quadratini e nessuna mi soddisfa. Non solo, non riesco nemmeno a trovarne una che mi permetta di usarli tutti. Quando ormai le mie rotule iniziano a crepare e la nausea fa capolino, prendo in considerazione altre foto di HST quilt (Half Square Triangle= quadrato ottenuto da due triangoli) su Pinterest. Ed eccolo lì il mio nuovo quilt, occorrerà una leggera modifica che mi permetterà di usare ogni quadrato e di avere una misura più che soddisfacente.

I quadrati saranno uniti a gruppi di otto a formare un rettangolo, ne userò 320 per il quilt e i restanti 16 li inserirò nel bordo. Ce l’ho la stoffa per il bordo? Forse sì o forse dovrò unire ancora qualcosa, non mi preoccupa, sono già contenta per aver trovato il mio progetto!

Ora diciamolo pure con chiarezza: non si dovrebbe lavorare così. Ma se vi succede è perché:

1) Fate già tutti i giorni un sacco di cose che non lasciano nessuno spazio alla sorpresa.

2) Se non avete un lavoro in cui è espressamente richiesta la creatività, potrebbe essere un problema esternarla, meglio attenersi alle specifiche operative che avete sottoscritto.

3) Avete già pensieri di tutti i tipi, non volete aggiungerne altri, il Patchwork deve restare nell’area giochi.

4) È come scrivere una storia: si scelgono i protagonisti, li si fanno incontrare, si assiste, anche palpitando, alle loro vicissitudini e il finale è sempre bello.

5) Di tutti i “ma chi me l’ha fatto fare?” questo è l’unico di cui conoscete la risposta perché parla di voi. Nei momenti di smarrimento, perché ci sono, trovate la vostra vera natura e, se non avete caricato il tutto con aspettative tossiche, riuscite a manifestarla con soddisfazione. È una sfida che non si perde mai, perché si trovano sempre diverse strade, una manna per i veri viaggiatori…

Le poche volte che ho fatto un progetto patchwork, anche piccolo, non sono mai riuscita a rispettarlo. C’era sempre un’idea in corso d’opera, un intoppo che mi portava ad una via alternativa, una cosa che mi soddisfava di più di un’altra e il grande, grandissimo piacere di fare quello che realmente mi andava di fare, occasione più unica che rara in una giornata tipo. Sto iniziando ad esportare questo modello comportamentale anche in altri ambiti della mia vita. L’altra mattina ad esempio, ho mandato al diavolo il cronometro durante la mia corsa e mi sono fermata a contemplare e fotografare il sole che sorgeva. Non l’avrei fatto, non ero sicura di volerlo fare e alla fine l’ho fatto e sarei rimasta anche a parlare alle papere del laghetto che mi stavano venendo incontro speranzose in una crosta di pane

Siamo tanto abituati ad eseguire compiti secondo un copione fisso e prestabilito che, quando si vuole deviare anche per pochi secondi, ci sembra di fare qualcosa che non va. Sono felice di aver corso verso il laghetto e di essermi fermata, nessun record, ma cuore e occhi pieni di stupefacente bellezza. E ho pensato che mi piace proprio andare così, senza copione, a sentimento.