Viva Vittoria è Vita!

Eh sì, e con la V maiuscola. Volete sapere com’è andata a finire l’opera relazionale condivisa realizzata a Parma lo scorso Novembre? Centinaia di quadrotti a maglia e uncinetto hanno ricoperto la piazza storica della città, ore di lavoro instancabile di tante, tantissime persone per raggiungere un traguardo che fosse condivisibile con tutti. La manifestazione ha avuto un tale successo che già nel pomeriggio della prima giornata non restava nulla, ma proprio più nulla da vendere.

E’ ancora sorprendente per me come sia potuto succedere. Tutto nasce da un’idea di Ida Chiapponi, una delle due nuove referenti di Quilt Italia per l’Emilia Romagna. Ida aveva già ammirato un’installazione di Viva Vittoria, collegarla alla nuova associazione de La Doppia Elica che aveva bisogno di aiuto le era venuto naturale. Le ragazze di Viva Vittoria hanno condiviso con lei la loro preziosa esperienza, la generosa ospitalità di un’iscritta a La Doppia Elica ha permesso di creare un punto d’incontro centrale alla città. E poi? Come trovare la lana? Come far conoscere il progetto? Come coordinarlo?

Le cose più belle nella vita non sono progettate nei minimi particolari. Sono sì desiderate, cercate, studiate e rincorse, ma mai previste in ogni aspetto. La creazione non è un processo a senso unico, bisogna restare aperti a stimoli, confronti e… imprevisti!

La lana. Io mi sarei scervellata ad Ida è bastato prendere le pagine gialle e cercare maglifici in zona. Ha composto numeri e non si è persa d’animo quando dall’altro capo del telefono la volevano congedare travisando lo scopo della chiamata. Ha spiegato con tutta la franchezza e l’entusiasmo di cui è capace, il nobile scopo della richiesta. Così da un “NO, GRAZIE” si passa a “Lei ha un camioncino?” e Ida di getto risponde che sì certo che ce l’ha e neanche lei in quel momento sa che non è vero, ma è questione di un attimo. Il tempo di chiudere la comunicazione e dire “E adesso come faccio?” che è già in pista per un nuovo capitolo. Nuovo problema, nuova soluzione, come in un domino pieno di fiducia fatto al contrario, le tessere si spingono per restare in piedi, non per cadere.

E sarà così per tutto. L’entusiasmo, la voglia di fare e di riuscire, faranno superare qualsiasi ostacolo. Pensare che in un modo o nell’altro si farà, credere nell’aiuto e nella collaborazione di tante persone sarà l’arma più potente di Ida, non ci sarà più nessuna paura invincibile.

Ci sono stati capitoli rocamboleschi in questa vicenda, come il viaggio delle etichette da Brescia a Parma. Ad ogni coperta è stata cucita un’etichetta che Viva Vittoria ha appositamente stampato per l’occasione.

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Gli ultimi giorni di lavoro febbrile hanno impedito di comunicare per tempo alle ragazze di Viva Vittoria il numero delle etichette necessarie, ma neanche Viva Vittoria si è mai persa d’animo e il giorno prima della manifestazione era previsto l’arrivo a Parma di una delle sue componenti con le preziose targhette. Avete presente quei film in cui dopo scene e scene di tensione si sta per arrivare a quella finale conclusiva? Ecco ancora una volta la realtà ha superato l’immaginazione. Un imprevisto poco “governabile” ha impedito al vettore di Viva Vittoria di partire per Parma, ma le etichette dovevano arrivare! Mancano poche ore all’inizio dell’evento ed ecco che la nostra eroina arriva trafelata alla stazione di Brescia (la città base di Viva Vittoria), cerca sul tabellone un treno in partenza per Parma, corre al binario indicato e dopo vari tentativi, che meriterebbero un racconto (comico) a parte, affida finalmente il prezioso pacchetto nelle sconosciute mani di un uomo in partenza per la nostra città, non prima di avergli spiegato il nobile scopo e avergli fatto vedere un selfie di chi avrebbe trovato ad attenderlo in stazione a Parma Leggi tutto “Viva Vittoria è Vita!”

Al ritorno dalle vacanze….


…c’è sempre troppa biancheria da lavare e stirare, la casa da pulire e ordinare (perché è già tanto riuscire a fare la valigia la notte prima di partire), andare subito a prendere il cagnone che quasi quasi non tornerebbe a casa perché in campagna al fresco, supercoccolato, extranutrito, insieme all’amico peloso Gastone stava proprio bene. C’è la spesa da fare, salutare tutte le piante che la mia vicina ha amorevolmente innaffiato e inalare a pieni polmoni il profumo dei biscotti fatti in casa che Luisa mi farà trovare sulla cassapanca. Ho dei vicini, anzi delle vicine speciali, direi uniche.

Sono fioriti i girasoli che non ho seminato. Tutti gli anni beneficio di una particolare semina aerea. Da uccelli di passaggio cadono frutti e semi, ma anche qualcosa di meno prosaico non completamente digerito. Io innaffio e, se cresce qualcosa, aspetto che abbia una certa dimensione prima di fare indagini botaniche. Un anno ho notato uno strano rigonfiamento tra il basilico, spostando le piantine profumate ho scorto una noce il cui seme aveva iniziato a lavorare. L’ho spostata delicatamente e le ho dedicato un vaso, oggi la pianta nata da quella noce è alta come me.

I girasoli appena fioriti e qualcosa che penso essere grano, erano una manciata di semi insieme in quello che si potrebbe definire un prodotto di scarto post digestione di un esemplare avicolo. L’uccello in questione deve aver fatto una grande abbuffata e, dopo il lauto pasto, ha centrato in pieno una vaschetta. Ho riconosciuto nel souvenir bucolico rilasciato dall’alto, dei semi integri che assomigliavano a chicchi di cereali e altri semi decisamente più grandi che non sono riuscita ad identificare. Ho innaffiato qualche giorno grata di quel concime che veniva letteralmente dal cielo, ma quando ho visto che iniziava a germogliare, ho raccolto tutto e adagiato in un’altra vaschetta. Ho seguito la crescita con l’apprensione di un neo genitore, e a circa 40 cm ho capito che avrei avuto dei girasoli! Che ovviamente sono sbocciati quando ero in vacanza. Così Federica, la mia vicina botanic baby sitter, mi ha prontamente inviato una foto:

La gioia di questa maternità alla clorofilla non è riuscita a mitigare il senso di oppressione dato dal caldo da fusione atomica che ho trovato al mio ritorno. Ciò mi ha  generato un po’ di sconforto che si è ingigantito fino a divenire prostrazione al limite dell’esaurimento quando la mia bambina mi ha messo al corrente che aveva liberato la sua cameretta nella città dove studia. Ha approfittato delle vacanze estive per portare a casa tre sacchi giganti di biancheria, piumone, quilt, vestiti, giacche, etc. da lavare e stirare. Il giorno dopo è ripartita, il tempo di disfare la valigia delle vacanze familiari e tanti baci…

Le alternative a quel punto erano molteplici:

– Lasciare i tre sacchi nella sua camera e aspettare che se ne occupasse al ritorno. La ragazza però non possiede una sua camera, la condivide col fratello e sono anche un pochino stretti. I sacchi, che erano sopra il cuscino del cagnone che nel frattempo era tornato dalla campagna, sono stati posizionati nel bagno di servizio ultrapiccolo che con quest’ultima installazione è divenuto inagibile (c’erano già due montagne tessili in lista d’attesa per la lavatrice).

– Scrivere una lettera in cui manifestare tutto il mio affetto e lasciare nottetempo la casa in compagnia del mio cagnone. Girare il mondo, tornare come se niente fosse una mattina e preparare una colazione intercontinentale per tutti.

– Entrare in uno stato catatonico di assoluta apatia. Non vedo, non sento, non parlo e non faccio più nulla in casa. È più forte di me, non posso fare altrimenti. Anche se un pochino fuori stagione entrare in letargo, non si sa mai che a qualcuno venga in mente di chiamare un medico.

– Far valere i miei desideri, che significa leggere, studiare, scrivere, cucire, imparare a suonare la chitarra, iscriversi ad un corso di ballo e ad uno di modellista, ho una voglia matta di cucire vestiti. Cucinare quando e come voglio, uscire con le amiche, andare al cinema e nel tempo libero (se c’è, altrimenti pazienza) occuparmi di casa e figli.

– Passare in rassegna le foto scattate tra Bilbao e San Sebastián e continuare a meravigliarsi come farebbe un bambino intanto che mi sfinisco di lavoro come un somaro.

Cosa ho scelto?

L’arrivo. Un attimo prima di uscire dall’aereoporto di Bilbao, quel momento di transizione in cui si resta col fiato sospeso nell’attesa della sorpresa

La luce alle 21.30 e l’incredibile Guggenheim Museum

I miei bambini, quanto sono piccoli in quella struttura così maestosa?

Non sarei più uscita, al di là delle mostre presenti, un’installazione patchwork+uncinetto si dipanava a tentacoli tra i diversi piani della struttura. Ho scattato un milione di foto, giusto un assaggio:

 

Chi aspetta fedele fuori dal museo?  Un cane gigante coperto di fiori

e un adorabile ragnetto

Ci sono strutture ultra moderne perfettamente inserite nel contesto urbano

E altre inserite all’interno. Entrando nell’edificio che vedete qui sotto, vi sareste mai aspettati di trovare…

altri edifici sorretti da colonne una diversa dall’altra, panchine luminose, un sole proiettato e per tetto una piscina?

A San Sebastián le spiagge sono bellissime, giganti

Ci si può attardare fino alle 22

come questa mamma con i suoi piccoli per…

vedere il tramonto sul mare

Mare che è presente nella vita di città come elemento imprescindibile. La mattina presto sui marciapiedi ci sono persone con le scarpe ma anche senza…

E intanto che qualcuno dorme ancora c’è già chi ha la pelle salata

Può mancare una tappa all’acquario quando il più piccolo dei viaggiatori ha 17 anni suonati (sull’età del più grande sorvoliamo)? Ci siamo divertiti tanto anche lì, come i bambini!

E devo confessare che guardando i pesci pensavo a possibili fantasie di tessuti, proprio quest’anno sono tornati di moda i pois…

Un languorino? Innumerevoli varietà di pinchos, che sarebbero stuzzichini per accompagnare una birra fresca o un calice di vino ma che ormai sono sdoganati per farci colazione, pranzo e cena:

E invece sono qui davanti al ferro da stiro… 😭

 

Le foto, quelle più belle, sono state gentilmente concesse a seguito di perentoria richiesta, da Michele Fochi che trovate su Instagram come myphoki. Ne scatta di veramente belle, pubblica solo quelle più ermetiche. Tra i mei desideri metterò anche quello di vedere più foto sue online.

 

 

 

 

 

Free motion, free mind

L’ultimo punto di Without script, senza copione, è stato fatto martedì scorso

Dopo le prove su un vecchio lenzuolo

mi sono lasciata andare sul quilt. È davvero necessaria tanta pratica per il free motion, impensabile farla solo su scampoli. Far passare un intero quilt sotto la macchina da cucire è molto diverso che metterci un fat quarter, ma soprattutto è molto diverso sapere che sotto l’ago c’è un campione piuttosto che un top che ha richiesto diverse ore di lavoro. Bisogna fare entrambe le cose, cucire il campione come il sandwich. Ho imparato la lezione, non ho più paura di rovinare il top, il free motion richiede un’impostazione mentale diversa. Ecco i punti chiave per me:

– quello che vi sembra un errore imperdonabile, quello per cui fermereste la macchina da cucire per prendere lo scucitore, tagliare i  punti e tornare al punto di partenza, è in realtà la vostra personale impronta. Qualcosa che rende unico il vostro lavoro, che lascia intuire che non si tratta di un prodotto industriale. Un po’ come quel neo, quella fossetta che avete solo su una guancia quando la bocca sconfina verso il sorriso, quella rughetta che sostiene l’occhio verso l’alto quando ridete, tutte caratteristiche non proprie della perfezione ma che possono avere un’attrazione quasi irresistibile. Ci vuole una certa maturità per capirlo, accettarlo. Allo stesso modo, lasciate che le vostre mani proseguano nella danza del free motion, abbiate fiducia nel risultato finale. Quello che vi sembra inguardabile si perderà nell’insieme, un’armonia fatta di tanti punti in cui non noterete più quelli irregolari

– per quanto sia facile pensarlo è difficile fermare la macchina da cucire quando si vorrebbe farlo. I primi tentativi di free motion sono fatti quasi in apnea. Man mano che ci si esercita si scopre che è possibile effettuare respiri a cadenza regolare e ci si può fermare all’occorrenza per ripartire come se niente fosse. Quest’ultimo punto richiede un po’ di esercizio supplementare…

– nel free motion non c’è una sola strada. È che siamo così  poco abituati al free, alla libertà, che fatichiamo a vedere strade alternative. Abbiamo bisogno di un percorso definito per sentirci sicuri, il free motion è l’esatto opposto. L’unica reale difficoltà è per me mantenere la stessa dimensione del disegno nel tempo. La mia calligrafia ad esempio non è sempre la stessa. Alcuni giorni è più ampia, più fitta o più accurata, con il free motion è lo stesso. Inizio quindi il trapunto quando so di avere più tempo a disposizione, nel caso di Without script avevo come traguardo il venerdì pomeriggio, il venerdì sera il tavolo doveva essere libero per cena. Ho concentrato le ore di lavoro in meno giorni possibili, in modo che la mano fosse il più possibile la stessa. Sabato riposo, domenica ho tagliato il binding, lunedi l’ho cucito e martedì ho stampato e applicato l’etichetta

– è comunque un bell’impegno. Una cosa per la quale dovete ricordarvi di respirare, di fermarvi, di percorrere strade controcorrente e di perdonarvi per non essere riuscite a fare esattamente come volevate. Il free motion non è esatto, il free motion è proprio come dice il nome, è libero. Bisogna saperlo accettare. Bisogna festeggiare quando si riesce a fare. Così martedì verso sera sono uscita con le mie ragazze

Una bella passeggiata, un po’ di chiacchiere, parecchie coccole (alla ragazza col pelo) e occhi nuovi per vedere il corallo dei mari tropicali nel cielo della mia città

e la pace che la sera di una giornata operosa porta in dono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La decisione più sensata

L’ho fatto di nuovo. Ancora una volta non ho resistito. Ho fermato scarpette e cronometro e…

Dichiaro che le mie foto non sono in alcun modo ritoccate e che l’alba di giovedì scorso era ancora più bella vista dal vivo !

Per il quilt senza copione, finirà che lo chiamerò così, ho sfogliato tutti i miei libri di free motion, guardato e riguardato tutorial e, quando ero sul punto di prendere la decisione più sensata e meno rischiosa, ho virato nel verso opposto. Mi piace sempre di più questo patchwork che mi permette azioni al limite dell’eroico!

La geometria del top chiamava una quiltatura a doppio trasporto come avevo già fatto in altri quilt. Qui sotto un esempio (prego notare la pazienza e l’altezza del mio “bambino” di cui si intravedono i piedini. Ancora un secondo e avrebbe appallottolato il quilt per gettarlo nello splendido orto di Luisa. Un po’ più in alto, no così è storto, non va bene la luce, ti spiace spostarti un attimo? Così ora per fotografarli, li appendo al filo per stendere i panni  del terrazzino della sempre generosa Luisa, il mio “bambino” al momento di collaborare sparisce….) :

Nella stessa foto ho unito fronte e retro, dove sono più visibili le onde fatte col piedino a doppio trasporto.

Seguendo i contorni dei quadrati, questo il primo quilt di una certa dimensione senza errori di quiltatura (ricordo ancora la felicità e l’orgoglio) :

O millerighe senza una distanza fissa (anche se è il quilt che mi ha fatto faticare di più, ma d’altronde quanti errori avevo fatto…) :

Ho preparato il sandwich del nuovo quilt fissandolo con gli spilli e i tappi Pinmoore (grande acquisto) di cui vi ho già raccontato  http://simpatchwork.com/tra-le-righe/

Ho infilato la macchina e i guanti per trapuntare con una certa fretta, un attimo in più e sarei caduta nella tentazione del doppio trasporto.

Difficile immaginare e fare il disegno per una quiltatura free motion che non sia il solito “meandering”, si dice così quando le linee sembrano girovagare a caso, due esempi:

Per quanto possano sembrare disegni semplici, non è poi così facile riempire un foglio senza interrompere il tratto della matita mantenendo una certa uniformità nel disegno

Ho tirato le somme:

Doppio trasporto: collaudato, resa sicura.

Free motion: mai fatto un disegno a riempimento degli spazi in un quilt così grande. Non riesco ad immaginare l’effetto di una quiltatura di questo tipo. Non riesco a riprodurre senza errori un disegno di questo genere per almeno due fogli del block notes, come farò in 240×260 cm?

Cosí ho preso la mia decisione e imboccato la strada per il viaggio più interessante: quilt senza copione con quiltatura free motion a foglie, senza copione pure loro.

E non ho nemmeno avuto paura 😜!

Senza copione

Un nuovo quilt! Proprio ora che continuo a dirmi che non ho tempo. In realtà è molto più  semplice: per portare a termine un lavoro occorre iniziarlo. Non è la scoperta dell’acqua calda, è la prima mossa astuta da fare quando non si ha tempo per niente ma si vuole fare un quilt. A gennaio ho terminato “Best friend”, il quilt trapuntato a mano, poi l’epidemia influenzale ha fatto lievitare le ore di lavoro, ho iniziato una sfida epica con la corsa, ripreso in mano i miei amati libri, casa, spesa, cucina, stiro, qualche guaio, un aperitivo con un’amica speciale, perché ci vuole anche un po’ di svago… insomma si fa in fretta a finire una giornata.

La mia Juki intanto riposa in silenzio al buio di un armadio, neanche fosse in castigo. Mentalmente faccio l’appello, passo in rassegna le mie stoffe, ho idea di quello che voglio mettere insieme. Confesso che un paio di volte ho aperto l’armadio, le ho tirate fuori, allineate, provato diverse composizioni e rimesse dentro.

Poi arriva il giorno giusto. Che non lo sai che è quello giusto finché non ti accorgi che le stoffe non le riponi più nell’armadio ma le lasci sul tavolo. Non ci sono segnali particolari, semplicemente le giornate non possono continuare ad andare avanti così.

Basta una mezz’ora di un’altra giornata per decidere definitivamente quali tessuti saranno per sempre insieme nel nuovo quilt.

Un po’ di tempo occorrerà per decidere come tagliare, lo farò in una pausa pulizie di casa con una tisana in mano.

Un giorno, dopo aver demolito la pila di biancheria da stirare, appoggerò finalmente il ferro sui tessuti da usare.

Una cena veloce e preparata prima di andare al lavoro, mi lascerà il tempo per il taglio.

Le mie stoffe mi guarderanno interrogativamente per qualche giorno, eviterò di ricambiare lo sguardo per non soffrire. Allineate sul piano di taglio aspettano che compaia la mia amata Juki. Ho si e no un’ora e mezza prima di cena, non è forse il momento giusto per tirare fuori la macchina da cucire e occupare metà tavolo, ma in certi giorni quello che è giusto è semplicemente quello che vuoi.

Così a pezzettini, sfruttando qualche mezz’ora, un’ora  o due (evento più unico che raro), arrivo ad avere pronti i miei 336 quadratini bicolori.

Ho usato i fogli di “Cake Mix Recipe” per cucire. Visti in diversi tutorial e comperati da un rivenditore durante un quilting day. Permettono di tagliare la stoffa con leggera approssimazione o di utilizzare tagli non proprio perfetti e di cucire senza segnare alcuna linea. Non si deve far altro che mettere dritto contro dritto due quadrati di stoffa da 10 inch, seguire le linee tratteggiate per cucire e le linee continue per tagliare. Una pacchia, anche se dopo la carta bisogna toglierla…

 

E ora il momento della verità. Qual’era il mio progetto? Rullo di tamburi e…. un po’ di imbarazzo. Il mio progetto era cucire insieme stoffe che mi piacessero. Tutto qua. Così ora ginocchioni sul pavimento provo diverse combinazioni con i miei quadratini e nessuna mi soddisfa. Non solo, non riesco nemmeno a trovarne una che mi permetta di usarli tutti. Quando ormai le mie rotule iniziano a crepare e la nausea fa capolino, prendo in considerazione altre foto di HST quilt (Half Square Triangle= quadrato ottenuto da due triangoli) su Pinterest. Ed eccolo lì il mio nuovo quilt, occorrerà una leggera modifica che mi permetterà di usare ogni quadrato e di avere una misura più che soddisfacente.

I quadrati saranno uniti a gruppi di otto a formare un rettangolo, ne userò 320 per il quilt e i restanti 16 li inserirò nel bordo. Ce l’ho la stoffa per il bordo? Forse sì o forse dovrò unire ancora qualcosa, non mi preoccupa, sono già contenta per aver trovato il mio progetto!

Ora diciamolo pure con chiarezza: non si dovrebbe lavorare così. Ma se vi succede è perché:

1) Fate già tutti i giorni un sacco di cose che non lasciano nessuno spazio alla sorpresa.

2) Se non avete un lavoro in cui è espressamente richiesta la creatività, potrebbe essere un problema esternarla, meglio attenersi alle specifiche operative che avete sottoscritto.

3) Avete già pensieri di tutti i tipi, non volete aggiungerne altri, il Patchwork deve restare nell’area giochi.

4) È come scrivere una storia: si scelgono i protagonisti, li si fanno incontrare, si assiste, anche palpitando, alle loro vicissitudini e il finale è sempre bello.

5) Di tutti i “ma chi me l’ha fatto fare?” questo è l’unico di cui conoscete la risposta perché parla di voi. Nei momenti di smarrimento, perché ci sono, trovate la vostra vera natura e, se non avete caricato il tutto con aspettative tossiche, riuscite a manifestarla con soddisfazione. È una sfida che non si perde mai, perché si trovano sempre diverse strade, una manna per i veri viaggiatori…

Le poche volte che ho fatto un progetto patchwork, anche piccolo, non sono mai riuscita a rispettarlo. C’era sempre un’idea in corso d’opera, un intoppo che mi portava ad una via alternativa, una cosa che mi soddisfava di più di un’altra e il grande, grandissimo piacere di fare quello che realmente mi andava di fare, occasione più unica che rara in una giornata tipo. Sto iniziando ad esportare questo modello comportamentale anche in altri ambiti della mia vita. L’altra mattina ad esempio, ho mandato al diavolo il cronometro durante la mia corsa e mi sono fermata a contemplare e fotografare il sole che sorgeva. Non l’avrei fatto, non ero sicura di volerlo fare e alla fine l’ho fatto e sarei rimasta anche a parlare alle papere del laghetto che mi stavano venendo incontro speranzose in una crosta di pane

Siamo tanto abituati ad eseguire compiti secondo un copione fisso e prestabilito che, quando si vuole deviare anche per pochi secondi, ci sembra di fare qualcosa che non va. Sono felice di aver corso verso il laghetto e di essermi fermata, nessun record, ma cuore e occhi pieni di stupefacente bellezza. E ho pensato che mi piace proprio andare così, senza copione, a sentimento.

Il mio tempo

Il tempo è un’invenzione dell’uomo. E scorre diverso a seconda dello stato dell’anima. Complici i giorni di festa, è trascorso tanto tempo dall’ultimo post. Ho letto, preso una card per il cinema, sperimentato in cucina, mi sono data un obiettivo per la corsa, fatto qualche bella nuotata e chilometri con il mio cagnone. Un cane aiuta a dare al tempo un valore diverso. Il mio quattrozampe è intransigente, capisce subito se devo andare al lavoro, ma se non ho i minuti contati non riesco mai a tornare a casa quando voglio. Avrei accorciato l’uscita nei giorni freddi che hanno preceduto il Natale, ma a capo chino per ripararmi dal freddo, ho vagabondato cogliendo la bellezza del gelo

che mi ha ispirato un doppio strato di imbottitura nel quilt per il piccolo Bruno

La trapuntatura con il free motion ha reso molto bene, il doppio strato ha evidenziato il trapunto e il quilt è risultato caldo e soffice

Ed ecco “Sweet baby” in un pacchetto da mettere sotto l’albero, ho usato  i ritagli del back per il fiocco:

Ogni tanto la mia vicina si ferma per un saluto. La scorsa primavera mi raccontò di questo bimbo nato da poco, con una tale emozione che siamo finite con l’asciugarci le lacrime agli occhi. Stavo cucendo un quilt e gliene promisi uno per Bruno, in cambio le ho chiesto una foto, non ho mai incontrato questo piccolo uomo. È da riempire di baci, bello come pochi 😍!

Ci sono state giornate stupende

con albe dai colori incredibili, la potenza della luce che irrompe nella profondità del buio, spettacoli di pochi secondi da cogliere al volo (sempre grazie a Rima)

 

E anche verso sera, passeggiando nei borghi in città c’era meraviglia da riempire gli occhi

La mia macchina da cucire si è riposata, il tavolo era equamente diviso tra mia figlia e i suoi libri e mio marito con computer e fogli vari. Così ho occupato il divano con il mio ultimo quilt. Il trapunto a mano, che tanto avevo temuto, è stato perfetto per passare ore davanti al camino, godendomi la mia famiglia finalmente riunita. Rima, il mio cagnone, ha apprezzato molto, un paio di volte l’ho trovata “adagiata” sopra il sandwich di stoffa e spilli perfettamente a suo agio. Ho mantenuto il proposito, il quilt è dedicato a lei, dovrò però farle capire che è mio! Manca solo da cucire l’etichetta

ed è già finito!

 I

Da non credere…

Se si dà un diverso valore al tempo, scorre diverso. Se non si ha paura, si raggiungono mete che si pensavano impossibili. Se mi fossi fermata a pensare al tempo che avrei potuto impiegare, beh forse non l’avrei mai iniziato. E invece sono partita con una sana ignoranza e la determinazione di colmarla, motore potentissimo per raggiungere traguardi inaspettati.

Ho fatto tutto quello che non avrei dovuto fare, sono partita a trapuntare all’esterno, si dovrebbe partire dal centro. Si dovrebbe fare un imparaticcio non fare i primi punti su un quilt, però ci ho preso gusto. Guastare? E perché ? È talmente irregolare…. e cosa c’è di regolare in tutto quello che ho sotto gli occhi? Cosi tra mille domande, altrettante risposte, pensieri, tazze di the, chiacchiere con chi condivideva la stanza insieme a me, coccole a Rima che voleva stendersi sul quilt e tentativi più o meno riusciti di regolarizzare il punto, il trapunto a mano è finito e un po’ mi è dispiaciuto.

Sono finiti anche i giorni di vacanza per i pendolari della mia famiglia e le giornate sembravano non avere più colori. Passeggiando con Rima, mi sono chiesta se non fossi triste e con sorpresa ho scoperto che la giornata voleva scoprire i miei colori, quelli più riservati

Non ero triste, una composta gratitudine per tutti i momenti speciali di questi giorni è affiorata con un pudore che non conoscevo, i colori spenti e pacati non hanno portato malinconia, ma hanno permesso che affiorasse tutta la carica d’amore che mi ha nutrito l’anima in questo tempo… senza tempo.

 

 

Dopo la neve…arriva Natale!

E ora che la neve è arrivata

ci prepariamo al Natale. Immagino che ogni casa sia un po’ come l’officina di Babbo Natale:

Ho trascurato il trapunto a mano e ho tirato fuori dall’armadio la mia amata Blue (la macchina da cucire). Insieme abbiamo fatto dei sacchetti per i regali utilizzando vecchie camicie di mio marito e ritagli di imbottitura:

ho messo una strisciolina di imbottitura per rifinire la parte superiore del sacchetto

e anche sotto alla palla di Natale con le cinciallegre

Se avete la fortuna di avere un marito “ben piantato” come il mio, da ogni camicia ricavate un sacchetto e avete avanzi per fare altro, magari una bustina…

Intanto che la macchina da cucire è sul tavolo, quasi quasi faccio qualche Mug Rug (sottotazza)

e scopro con grande piacere che il retro potrebbe essere utilizzato per l’Happy Hour 🥂!

così mi fermo, testo un “Mug Rug Happy Hour” e mi verso un calice di Martini. Una patatina dopo l’altra io e il mio cagnone ci diciamo che la magia del Natale proprio non ha età…

Aspettando la neve

Le previsioni l’hanno data copiosa anche in pianura, io e il mio cagnone aspettiamo in trepidante attesa (io un po’ meno…) e intanto tempriamo il fisico in qualsiasi condizione la natura si proponga. Giornata bigia autunnale:

Un po’ di gelo:

La nebbia:

Un raggio di sole inaspettato:

Alba infuocata (ma che freddo!):

 

A casa è passata di nuovo la fatina per cucire un calendario dell’avvento per un piccolo amico:

e la Simo si è imbarcata in un’impresa epica, ha deciso di trapuntare a mano l’ultimo quilt. Fatto con tessuti giapponesi e americani, è ottenuto da quadrati di cm 15×15. Le operazioni di taglio dei tessuti sono durate parecchio, gli angoli dei quadrati sono stati sostituiti da tessuti diversi, allo scopo ho tagliato 768 quadratini di cm 5×5

Altro processo laborioso è stato l’abbinamento quadrati-quadratini, ma una volta fatto, cucire è stato semplice. Non ho segnato ne stirato le diagonali dei quadratini, ho attaccato del nastro adesivo in silicone (delicatissimo per la pelle, ancor di più per la mia macchina da cucire) alla base della macchina da cucire, in modo da mantenere l’inclinazione corretta del blocco durante la cucitura:

Poi ho tagliato solo il triangolino del quadratino piccolo, senza tagliare anche l’angolo del quadrato più grande:

In un tutorial Leah Day, se non ricordo male, consigliava di non tagliare il blocco originale. Lasciando integro il quadrato di 15×15 cm, durante il processo di assemblamento dei blocchi si evitano distorsioni. C’è un ulteriore vantaggio con questo metodo, non ho rifilato ulteriormente il blocco una volta cuciti gli angoli, ho utilizzato come riferimento per le cuciture il perimetro del quadrato 15×15.

Qualche tentennamento nel dividere i blocchi in gruppi di tonalità chiaro/scuro per poterli abbinare con una certa uniformità. Trasformare la foto dei blocchi in bianco e nero ha facilitato il compito

Approvata la composizione

ho raccolto in pacchetti le righe  per la cucitura finale

E alla fine mi sono tolta anche questo sfizio, ho infilato l’ago con un Retors d’Alsace n.12 e, prima di capire bene come si fa, sono partita a trapuntare.

Ho utilizzato ditali di ogni tipo quasi su ogni dito, messo e tolto telaio, cambiato ago più volte, perso le impronte digitali, la sensibilità su due dita e rischiato la distorsione dei pollici, avviluppato il quilt in inestricabili spirali intanto che mi chiedevo perché lo facevo. Ogni giorno un tutorial diverso e la speranza di trovare il mio metodo, ogni giorno la consapevolezza che avrei potuto trapuntarlo a macchina in un tempo assolutamente più contenuto, ma…

Ma…il rumore che fa il filo da ricamo intanto che attraversa la stoffa mi ha stregato, ripetere un gesto così lento e tranquillo ha messo pace nei miei pensieri. Il tempo è scomparso, abituato a scorrere veloce e implacabile, non si è fatto una ragione del fatto che non lo sfruttassi al massimo. L’ho trattato come se non esistesse, come se non avesse tutto il valore che gli diamo, come se ne avessi all’infinito. Incredulo ha lasciato il posto alla crescente certezza che, punto dopo punto, avrei costruito una dimensione parallela in cui il tempo non c’è, la Simo non deve correre, non deve rendere al massimo, ma anzi si può fermare, può fermare quello che vuole.

Magico.

I miei punti sono piccoli, irregolari, molto naïf, quasi tribali. Ho tentato quasi tutto e fatto quasi tutto quello che non si deve fare nel trapunto a mano, sono comunque molto orgogliosa, ho affrontato una mia chimera, non dovrò più dire “non sono capace” ma potrò dire “sono capace a modo mio”, un bel traguardo.

Dopo qualche incertezza ho deciso di trapuntare dei cerchi all’interno dell’ottagono, volevo disegnare delle righe ma il mio cane non me lo ha permesso, sospetto non le piacessero proprio

L’idea dei cerchi le è piaciuta subito, sarà stato il piattino che le ricorda il momento della pappa, forse il più bello della giornata…

Il mio primo quilt senza tempo e… dedicato a Rima, il mio cagnone, c’è un feeling speciale tra i due (come spiegarle che però lo userò io?)

I triangolini che ho tagliato sono finiti in una scatolina, ma ci sono rimasti poco. Soffrivano di claustrofobia e si sono tuffati su un pezzetto d’imbottitura

tanto fitti da creare un nuovo tessuto che ho ricoperto con un pezzo di tulle nero

La mia Blue (la mia macchina da cucire, anche la vostra ha un nome?), ha poi trapuntato in linee semplici

 

e creato una bustina

 

che ho impacchettato chiudendola con un nastro di cotone ricavato da una maglietta non più utilizzabile (qui il tutorial  http://www.craftpassion.com/recycle-tutorial-making-of-t-shirt-yarn/2/  ) e usando per il fiocco i ritagli del tessuto creato per la bustina

Se si vogliono riposare le mani ancora un po’ se ne può fare un’altra magari trapuntandola col free motion

Poi basta che se no la Rima fa la cuccia nel quilt che aspetta di essere trapuntato! A presto 😘

Patchwork street

E’ una strada vicino a casa mia. Ci sono voluti anni e la mia passione per il patchwork perché i miei occhi la vedessero proprio così, una patchwork street.

Un grazie a Rima, il mio cagnone, che mi porta fuori anche quando non vorrei e non dovrei e mi permette di vedere cose che altrimenti mi sarebbero sfuggite

E voi? C’è sicuramente qualcosa di patchwork che vi circonda o nelle vostre vite, vi va di raccontarmelo?