Buon compleanno!

È passato un anno.

Ricordo molto bene il momento in cui ho dato l’ok al mio tablet e poche righe sono apparse come per magia sul blog che mesi prima avevo pensato.

Non ricordo invece cosa mi aspettassi da tutto ciò. So che volevo farlo, che era importante restare in contatto ed entrare in contatto con amiche quilters, so che volevo esprimere il mio entusiasmo per un hobby che mi aveva dolcemente e generosamente traghettato fuori da un periodo a dir poco impegnativo.

In realtà Simpatchwork è forse più seguito da chi non si occupa di Patchwork  che da chi prende in mano ago e filo. Questo mi piace, mi piace molto. Perchè il Patchwork è davvero qualcosa che mette insieme i diversi pezzi della vita. Sewing the life, cucire la vita, che trovate scritto subito sotto Simpatchwork,  mi è venuto di getto dopo aver pensato al nome del blog, le iniziali del mio nome e cognome che si fondevano in un tutt’uno col patchwork.

Il primo articolo di poche righe è stato Finalmente http://simpatchwork.com/finalmente/, finalmente il coraggio di dire, di mostrare l’imperfezione come valore da preservare.

Troppa vita è sacrificata nel nome di una perfezione inutilmente inseguita, troppa vita è infelice nel nome di una perfezione mai raggiunta. La parte più affascinante, più vera della vita è racchiusa in quella imperfezione.

Ogni mercoledì nel paese dove lavoro c’è il mercato, passo immancabilmente davanti ad una bancarella che vende copriletti quiltati in modo perfetto. Da una macchina, comandata da un computer. Percorro con gli occhi le file di punti precisi al millimetro, ne riconosco la perfezione senza riuscire a scorgere l’anima di chi li ha creati, sono indubbiamente privi di errori, ma mancano di un cuore.

Ogni lavoro di una quilter, ma anche di una cuoca provetta, ma pure di una mamma o di chiunque vogliate, porta l’impronta di chi lo fa. Definire l’impronta perfetta è impossibile, l’insieme di qualcosa che piace è un’alchimia che non si può creare a tavolino, che nessun computer può suggerire.

Qualcosa che piace è qualcosa che parla di noi, che è distante da noi, che è stato quello che siamo stati noi, che è davanti a noi. Che non può essere un solo punto di una stessa lunghezza che si ripete instancabilmente, non può essere perfetto. Perfetta è una cosa compiuta, un viaggio che volge alla meta. Perfetto è qualcosa che è terminato, che non ha evoluzione, che è fatto nel miglior modo possibile, qualcosa che chiude il discorso, il capitolo, l’intero libro.

Non voglio chiudere niente, voglio continuare ad aprire libri su libri, finestre sulla vita e nel cuore, voglio continuare a curiosare, sorprendermi e giocare. Voglio continuare a crescere.

Voglio cercare per trovare quello che non avevo cercato e scordarmi quello che stavo cercando, voglio continuare a compiere gli anni così.

E così di tutto cuore, BUON COMPLEANNO anche a voi che mi seguite, che commentate e partecipate con sincerità e grande amore, è bello camminare sapendo che c’è qualcuno accanto 😘

Chevron quilt

Sono operosa. Le circostanze e la primavera mi costringono a guardare la quotidianità in modo diverso. Ho usato una  squadra patchwork ad esempio in modo non proprio ortodosso…

Ho fatto i “tonnarelli”. Sono stata a Roma ultimamente e ho mangiato dei tonnarelli cacio e pepe che erano una delizia. Ho deciso di rifarli e, non avendo nulla che mi permettesse di riprodurre questi spaghetti alla chitarra spessi e di forma squadrata, ho pensato che la mia squadra non si sarebbe offesa, anzi sarebbe stata curiosa di vedere e partecipare al lavoro della cucina.

Sotto la macchina da cucire sta nascendo uno “chevron quilt”. Chevron è il gallone sulla divisa militare, il tessuto a spina di pesce, un motivo a zig zag. Come nel precedente quilt Without script http://simpatchwork.com/free-motion-free-mind   ho cucito tanti HST (half square triangle, quadrati ottenuti con due triangoli). Ho usato uno charm pack (uno charm pack è un insieme di una quarantina di tagli di tessuto di una stessa collezione di 5”x5”, 5 inches sono 12,7 cm) e diversi tagli di stoffa acquistati in un secondo tempo. Avevo comperato quello charm pack quando ero alle prime armi col patchwork, l’esperienza mi ha poi insegnato che con un solo charm pack fare un quilt è pressoché impossibile, a meno che non si voglia un baby quilt. Questo è Without script

e questo lo chevron quilt in gestazione

Il pappagallo blu serve per distrarre il mio cagnone che, come al solito, troverà irresistibile qualsiasi pezzo di stoffa adagiato sul pavimento per sdraiarcisi sopra.

Raccolte e numerate le file di HST

si iniziano a cucire

 

Il nuovo quilt ha alti e bassi, picchi e cadute che, come non mai, sono un emblema di questa primavera che si comporta da estate. La fantasia dei tessuti è giovane, fresca, felice, è così la persona a cui andrà. Gli alti e i bassi sono i miei. Solo miei? A voi non capita mai di sentirvi come sulle montagne russe? Non partite mai decise verso una meta per trovarvi all’esatto opposto? Quante volte ripartite, fallite, ripartite, fallite e ripartite? Al di là di ogni effettiva qualità, penso che il fattore determinante per riuscire resti la determinazione, la perseveranza, la capacità di tentare una volta ancora, ostinatamente, instancabilmente.

È un caso la nascita di questo chevron quilt? Non sarà che finalmente sto accettando di avere alti e bassi che non riterrò penalizzanti nel raggiungimento della mia meta? Ma la vera domanda, quella che mi pongo da anni…

QUAL’È LA MIA META?

Complice la primavera, ma tutti gli anni mi sembra di trovarmi sempre allo stesso punto, per poi dirmi che non è vero, sto arrivando e… invece no, sto cadendo… e poi ancora sù, come nelle montagne russe.

 

Free motion, free mind

L’ultimo punto di Without script, senza copione, è stato fatto martedì scorso

Dopo le prove su un vecchio lenzuolo

mi sono lasciata andare sul quilt. È davvero necessaria tanta pratica per il free motion, impensabile farla solo su scampoli. Far passare un intero quilt sotto la macchina da cucire è molto diverso che metterci un fat quarter, ma soprattutto è molto diverso sapere che sotto l’ago c’è un campione piuttosto che un top che ha richiesto diverse ore di lavoro. Bisogna fare entrambe le cose, cucire il campione come il sandwich. Ho imparato la lezione, non ho più paura di rovinare il top, il free motion richiede un’impostazione mentale diversa. Ecco i punti chiave per me:

– quello che vi sembra un errore imperdonabile, quello per cui fermereste la macchina da cucire per prendere lo scucitore, tagliare i  punti e tornare al punto di partenza, è in realtà la vostra personale impronta. Qualcosa che rende unico il vostro lavoro, che lascia intuire che non si tratta di un prodotto industriale. Un po’ come quel neo, quella fossetta che avete solo su una guancia quando la bocca sconfina verso il sorriso, quella rughetta che sostiene l’occhio verso l’alto quando ridete, tutte caratteristiche non proprie della perfezione ma che possono avere un’attrazione quasi irresistibile. Ci vuole una certa maturità per capirlo, accettarlo. Allo stesso modo, lasciate che le vostre mani proseguano nella danza del free motion, abbiate fiducia nel risultato finale. Quello che vi sembra inguardabile si perderà nell’insieme, un’armonia fatta di tanti punti in cui non noterete più quelli irregolari

– per quanto sia facile pensarlo è difficile fermare la macchina da cucire quando si vorrebbe farlo. I primi tentativi di free motion sono fatti quasi in apnea. Man mano che ci si esercita si scopre che è possibile effettuare respiri a cadenza regolare e ci si può fermare all’occorrenza per ripartire come se niente fosse. Quest’ultimo punto richiede un po’ di esercizio supplementare…

– nel free motion non c’è una sola strada. È che siamo così  poco abituati al free, alla libertà, che fatichiamo a vedere strade alternative. Abbiamo bisogno di un percorso definito per sentirci sicuri, il free motion è l’esatto opposto. L’unica reale difficoltà è per me mantenere la stessa dimensione del disegno nel tempo. La mia calligrafia ad esempio non è sempre la stessa. Alcuni giorni è più ampia, più fitta o più accurata, con il free motion è lo stesso. Inizio quindi il trapunto quando so di avere più tempo a disposizione, nel caso di Without script avevo come traguardo il venerdì pomeriggio, il venerdì sera il tavolo doveva essere libero per cena. Ho concentrato le ore di lavoro in meno giorni possibili, in modo che la mano fosse il più possibile la stessa. Sabato riposo, domenica ho tagliato il binding, lunedi l’ho cucito e martedì ho stampato e applicato l’etichetta

– è comunque un bell’impegno. Una cosa per la quale dovete ricordarvi di respirare, di fermarvi, di percorrere strade controcorrente e di perdonarvi per non essere riuscite a fare esattamente come volevate. Il free motion non è esatto, il free motion è proprio come dice il nome, è libero. Bisogna saperlo accettare. Bisogna festeggiare quando si riesce a fare. Così martedì verso sera sono uscita con le mie ragazze

Una bella passeggiata, un po’ di chiacchiere, parecchie coccole (alla ragazza col pelo) e occhi nuovi per vedere il corallo dei mari tropicali nel cielo della mia città

e la pace che la sera di una giornata operosa porta in dono

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La decisione più sensata

L’ho fatto di nuovo. Ancora una volta non ho resistito. Ho fermato scarpette e cronometro e…

Dichiaro che le mie foto non sono in alcun modo ritoccate e che l’alba di giovedì scorso era ancora più bella vista dal vivo !

Per il quilt senza copione, finirà che lo chiamerò così, ho sfogliato tutti i miei libri di free motion, guardato e riguardato tutorial e, quando ero sul punto di prendere la decisione più sensata e meno rischiosa, ho virato nel verso opposto. Mi piace sempre di più questo patchwork che mi permette azioni al limite dell’eroico!

La geometria del top chiamava una quiltatura a doppio trasporto come avevo già fatto in altri quilt. Qui sotto un esempio (prego notare la pazienza e l’altezza del mio “bambino” di cui si intravedono i piedini. Ancora un secondo e avrebbe appallottolato il quilt per gettarlo nello splendido orto di Luisa. Un po’ più in alto, no così è storto, non va bene la luce, ti spiace spostarti un attimo? Così ora per fotografarli, li appendo al filo per stendere i panni  del terrazzino della sempre generosa Luisa, il mio “bambino” al momento di collaborare sparisce….) :

Nella stessa foto ho unito fronte e retro, dove sono più visibili le onde fatte col piedino a doppio trasporto.

Seguendo i contorni dei quadrati, questo il primo quilt di una certa dimensione senza errori di quiltatura (ricordo ancora la felicità e l’orgoglio) :

O millerighe senza una distanza fissa (anche se è il quilt che mi ha fatto faticare di più, ma d’altronde quanti errori avevo fatto…) :

Ho preparato il sandwich del nuovo quilt fissandolo con gli spilli e i tappi Pinmoore (grande acquisto) di cui vi ho già raccontato  http://simpatchwork.com/tra-le-righe/

Ho infilato la macchina e i guanti per trapuntare con una certa fretta, un attimo in più e sarei caduta nella tentazione del doppio trasporto.

Difficile immaginare e fare il disegno per una quiltatura free motion che non sia il solito “meandering”, si dice così quando le linee sembrano girovagare a caso, due esempi:

Per quanto possano sembrare disegni semplici, non è poi così facile riempire un foglio senza interrompere il tratto della matita mantenendo una certa uniformità nel disegno

Ho tirato le somme:

Doppio trasporto: collaudato, resa sicura.

Free motion: mai fatto un disegno a riempimento degli spazi in un quilt così grande. Non riesco ad immaginare l’effetto di una quiltatura di questo tipo. Non riesco a riprodurre senza errori un disegno di questo genere per almeno due fogli del block notes, come farò in 240×260 cm?

Cosí ho preso la mia decisione e imboccato la strada per il viaggio più interessante: quilt senza copione con quiltatura free motion a foglie, senza copione pure loro.

E non ho nemmeno avuto paura 😜!

Corri… che è presto!

L’ influenza e la pioggia che si è trasformata in neve

hanno fermato per un po’ le mie scarpette da corsa. Tra i buoni propositi per il nuovo anno mi ero ripromessa di fare attività fisica con più regolarità. Parto sempre bene, poi basta un intoppo qualunque per fermare questa fonte di benessere. La corsa non è mai stata il mio forte e, a dirla tutta, non so se mi piace poi così tanto. È però uno degli sport più democratici che conosca: si può correre a tutte le età, a velocità variabili, all’ora che più aggrada, in qualsiasi posto. Per questo l’ho scelta, non intacca la mia libertà, posso gestirla secondo necessità e alla fine fa stare così bene!

Richiede un obiettivo, non basta la sola motivazione dello stare meglio; ci sono mille modi per star bene, molti dei quali molto più allettanti della fatica della corsa. Il mio obiettivo quest’anno è ridurre il tempo impiegato a percorrere ogni chilometro. È un’impresa epica per me, ma ho deciso di crederci e questo mi ha dato una determinazione che mi ha stupito. Per questo quando la febbre e il maltempo mi hanno dato lo stop, lo sconforto ha mostrato i muscoli, ancora una volta mi sarei fermata, ancora una volta sarei dovuta ripartire perdendo parte dei progressi raggiunti, un film visto già un milione di volte.

Le abitudini si possono instaurare ma si possono anche modificare. Occorre esserne consapevoli e essere disposti a vincere la paura di muovere passi su un terreno sconosciuto. Bisogna credere anche se nell’immediato non c’è nessuna evidenza, un atto di fede. Qualsiasi sia il motivo che vi spinge a iniziare a correre, chili in più, benessere fisico, stress, etc. non sarà sufficiente per continuare a correre se non instaurate un’abitudine. La corsa deve avere il suo spazio, vi deve mancare se non riuscite a farla, dovete soffrire un po’ anche nel non farla! Motivazione, obiettivo e determinazione sono la chiave per riuscire a portare a termine quello che ci si prefigge. E così stamattina anziché vedere gli ostacoli, ho deciso di cambiare un’altra abitudine. Ho ancora il raffreddore? Si, ma molto meno. Non riesco a dormire? Si, ma ho tempo per far dell’altro. Dovrò recuperare sei allenamenti? Si, ma non devo ripartire da zero. Volontariamente ho cercato qualcosa di positivo da affiancare a quello che la mia mente mi proponeva come unica lettura della realtà. La mia mente non è cattiva è, per sua naturale fisiologia, propensa a propormi uno scenario che già conosce, lo fa prima ancora che io possa rendermene conto. Se quando mi sveglio noto che è troppo presto, il mio cervello mi manda informazioni al riguardo e di conseguenza predispone il mio umore. È troppo presto, non hai riposato abbastanza, sarai stanca, sarà dura… sono le informazioni che ha raccolto le volte precedenti, tutte le volte che mi sono svegliata troppo presto. Sa anche che mi arrabbierò un po’ perché non riuscirò più a riaddormentarmi, mi darà tutte queste indicazioni convinta di far un buon servigio, mi darà la sua interpretazione della realtà in base a segnali a lei noti, in modo che io possa dedicare le mie energie ad altro, non ci siamo evoluti grazie anche alla capacità di gestire diverse situazioni contemporaneamente?

E così alle 5 di mattina anziché guardare sconsolata la sveglia per poi fissare il soffitto e passare in rassegna i pensieri e la giornata che mi aspettava, mi sono detta “ma che bello che ho tempo di andare a correre anche se devo andare a lavorare!”. Ecco, bisogna dirselo con una certa enfasi, alzarsi subito o quasi e infilarsi una tenuta da jogging che comprenda anche un cappellino che domi la cresta con cui mi sveglio ogni mattina. Occorre uscire appena infilate le scarpette, senza guardare il meteo o il termometro. Un solo minuto di esitazione e il vostro cervello prenderà il sopravvento annientando il buon proposito. Avete il vantaggio dell’effetto sorpresa, ma dura poco contro l’esperienza dei vostri navigati neuroni. Le scale saltellando e in un attimo sono in strada, la mia musica preferita nelle cuffie.

Corri che è presto! Che c’è tutto il tempo di farlo con calma (!), che la città è tutta tua, che dopo starai sicuramente meglio, meglio di quando stai a letto ad aspettare l’ora giusta di alzarti nella speranza di riaddormentarti. Ed è proprio così, ogni passo è un’iniezione di forza e fiducia, il miglior ricostituente che si possa desiderare. La Cittadella e il Parco Ducale non aprono prima delle 6, così rilassando consapevolmente i muscoli che si erano inconsapevolmente contratti per la temperatura non proprio mite, prendo la direzione del centro città e corro strade, vicoli e piazze che normalmente si percorrono a fatica, trafficate da pedoni, bici, moto, bus  e macchine. C’è ancora il buio della notte, la luna che splende e l’aria tersa e profumata. Incontrerò in quaranta minuti una quindicina di persone, comprese quelle alle guida di veicoli. Mi sembrerà ancora più incredibile quando un’ora dopo uscirò di nuovo col mio cagnone e troverò oltre al solito traffico una nebbia fittissima. Se provassi a convincere il mio cervello che anziché una scocciatura è un privilegio alzarsi alle 5? Ci lavorerò su…

Ho lavorato anche le mie stoffe in questi giorni, il quilt senza copione è alla fase per me più cruciale, devo decidere come quiltarlo. Ho unito i miei quadrati in gruppi di quattro

dopo ho unito i gruppi in righe

le righe fra di loro

fatto un bordo tutt’intorno e il preparato il back (retro)

Ho tirato fuori dalla libreria i miei libri di free motion

e li ho sfogliati come se fosse la prima volta, ancora una volta come ripartire da zero, un film già visto un milione di volte….

Senza copione

Un nuovo quilt! Proprio ora che continuo a dirmi che non ho tempo. In realtà è molto più  semplice: per portare a termine un lavoro occorre iniziarlo. Non è la scoperta dell’acqua calda, è la prima mossa astuta da fare quando non si ha tempo per niente ma si vuole fare un quilt. A gennaio ho terminato “Best friend”, il quilt trapuntato a mano, poi l’epidemia influenzale ha fatto lievitare le ore di lavoro, ho iniziato una sfida epica con la corsa, ripreso in mano i miei amati libri, casa, spesa, cucina, stiro, qualche guaio, un aperitivo con un’amica speciale, perché ci vuole anche un po’ di svago… insomma si fa in fretta a finire una giornata.

La mia Juki intanto riposa in silenzio al buio di un armadio, neanche fosse in castigo. Mentalmente faccio l’appello, passo in rassegna le mie stoffe, ho idea di quello che voglio mettere insieme. Confesso che un paio di volte ho aperto l’armadio, le ho tirate fuori, allineate, provato diverse composizioni e rimesse dentro.

Poi arriva il giorno giusto. Che non lo sai che è quello giusto finché non ti accorgi che le stoffe non le riponi più nell’armadio ma le lasci sul tavolo. Non ci sono segnali particolari, semplicemente le giornate non possono continuare ad andare avanti così.

Basta una mezz’ora di un’altra giornata per decidere definitivamente quali tessuti saranno per sempre insieme nel nuovo quilt.

Un po’ di tempo occorrerà per decidere come tagliare, lo farò in una pausa pulizie di casa con una tisana in mano.

Un giorno, dopo aver demolito la pila di biancheria da stirare, appoggerò finalmente il ferro sui tessuti da usare.

Una cena veloce e preparata prima di andare al lavoro, mi lascerà il tempo per il taglio.

Le mie stoffe mi guarderanno interrogativamente per qualche giorno, eviterò di ricambiare lo sguardo per non soffrire. Allineate sul piano di taglio aspettano che compaia la mia amata Juki. Ho si e no un’ora e mezza prima di cena, non è forse il momento giusto per tirare fuori la macchina da cucire e occupare metà tavolo, ma in certi giorni quello che è giusto è semplicemente quello che vuoi.

Così a pezzettini, sfruttando qualche mezz’ora, un’ora  o due (evento più unico che raro), arrivo ad avere pronti i miei 336 quadratini bicolori.

Ho usato i fogli di “Cake Mix Recipe” per cucire. Visti in diversi tutorial e comperati da un rivenditore durante un quilting day. Permettono di tagliare la stoffa con leggera approssimazione o di utilizzare tagli non proprio perfetti e di cucire senza segnare alcuna linea. Non si deve far altro che mettere dritto contro dritto due quadrati di stoffa da 10 inch, seguire le linee tratteggiate per cucire e le linee continue per tagliare. Una pacchia, anche se dopo la carta bisogna toglierla…

 

E ora il momento della verità. Qual’era il mio progetto? Rullo di tamburi e…. un po’ di imbarazzo. Il mio progetto era cucire insieme stoffe che mi piacessero. Tutto qua. Così ora ginocchioni sul pavimento provo diverse combinazioni con i miei quadratini e nessuna mi soddisfa. Non solo, non riesco nemmeno a trovarne una che mi permetta di usarli tutti. Quando ormai le mie rotule iniziano a crepare e la nausea fa capolino, prendo in considerazione altre foto di HST quilt (Half Square Triangle= quadrato ottenuto da due triangoli) su Pinterest. Ed eccolo lì il mio nuovo quilt, occorrerà una leggera modifica che mi permetterà di usare ogni quadrato e di avere una misura più che soddisfacente.

I quadrati saranno uniti a gruppi di otto a formare un rettangolo, ne userò 320 per il quilt e i restanti 16 li inserirò nel bordo. Ce l’ho la stoffa per il bordo? Forse sì o forse dovrò unire ancora qualcosa, non mi preoccupa, sono già contenta per aver trovato il mio progetto!

Ora diciamolo pure con chiarezza: non si dovrebbe lavorare così. Ma se vi succede è perché:

1) Fate già tutti i giorni un sacco di cose che non lasciano nessuno spazio alla sorpresa.

2) Se non avete un lavoro in cui è espressamente richiesta la creatività, potrebbe essere un problema esternarla, meglio attenersi alle specifiche operative che avete sottoscritto.

3) Avete già pensieri di tutti i tipi, non volete aggiungerne altri, il Patchwork deve restare nell’area giochi.

4) È come scrivere una storia: si scelgono i protagonisti, li si fanno incontrare, si assiste, anche palpitando, alle loro vicissitudini e il finale è sempre bello.

5) Di tutti i “ma chi me l’ha fatto fare?” questo è l’unico di cui conoscete la risposta perché parla di voi. Nei momenti di smarrimento, perché ci sono, trovate la vostra vera natura e, se non avete caricato il tutto con aspettative tossiche, riuscite a manifestarla con soddisfazione. È una sfida che non si perde mai, perché si trovano sempre diverse strade, una manna per i veri viaggiatori…

Le poche volte che ho fatto un progetto patchwork, anche piccolo, non sono mai riuscita a rispettarlo. C’era sempre un’idea in corso d’opera, un intoppo che mi portava ad una via alternativa, una cosa che mi soddisfava di più di un’altra e il grande, grandissimo piacere di fare quello che realmente mi andava di fare, occasione più unica che rara in una giornata tipo. Sto iniziando ad esportare questo modello comportamentale anche in altri ambiti della mia vita. L’altra mattina ad esempio, ho mandato al diavolo il cronometro durante la mia corsa e mi sono fermata a contemplare e fotografare il sole che sorgeva. Non l’avrei fatto, non ero sicura di volerlo fare e alla fine l’ho fatto e sarei rimasta anche a parlare alle papere del laghetto che mi stavano venendo incontro speranzose in una crosta di pane

Siamo tanto abituati ad eseguire compiti secondo un copione fisso e prestabilito che, quando si vuole deviare anche per pochi secondi, ci sembra di fare qualcosa che non va. Sono felice di aver corso verso il laghetto e di essermi fermata, nessun record, ma cuore e occhi pieni di stupefacente bellezza. E ho pensato che mi piace proprio andare così, senza copione, a sentimento.

Il mio tempo

Il tempo è un’invenzione dell’uomo. E scorre diverso a seconda dello stato dell’anima. Complici i giorni di festa, è trascorso tanto tempo dall’ultimo post. Ho letto, preso una card per il cinema, sperimentato in cucina, mi sono data un obiettivo per la corsa, fatto qualche bella nuotata e chilometri con il mio cagnone. Un cane aiuta a dare al tempo un valore diverso. Il mio quattrozampe è intransigente, capisce subito se devo andare al lavoro, ma se non ho i minuti contati non riesco mai a tornare a casa quando voglio. Avrei accorciato l’uscita nei giorni freddi che hanno preceduto il Natale, ma a capo chino per ripararmi dal freddo, ho vagabondato cogliendo la bellezza del gelo

che mi ha ispirato un doppio strato di imbottitura nel quilt per il piccolo Bruno

La trapuntatura con il free motion ha reso molto bene, il doppio strato ha evidenziato il trapunto e il quilt è risultato caldo e soffice

Ed ecco “Sweet baby” in un pacchetto da mettere sotto l’albero, ho usato  i ritagli del back per il fiocco:

Ogni tanto la mia vicina si ferma per un saluto. La scorsa primavera mi raccontò di questo bimbo nato da poco, con una tale emozione che siamo finite con l’asciugarci le lacrime agli occhi. Stavo cucendo un quilt e gliene promisi uno per Bruno, in cambio le ho chiesto una foto, non ho mai incontrato questo piccolo uomo. È da riempire di baci, bello come pochi 😍!

Ci sono state giornate stupende

con albe dai colori incredibili, la potenza della luce che irrompe nella profondità del buio, spettacoli di pochi secondi da cogliere al volo (sempre grazie a Rima)

 

E anche verso sera, passeggiando nei borghi in città c’era meraviglia da riempire gli occhi

La mia macchina da cucire si è riposata, il tavolo era equamente diviso tra mia figlia e i suoi libri e mio marito con computer e fogli vari. Così ho occupato il divano con il mio ultimo quilt. Il trapunto a mano, che tanto avevo temuto, è stato perfetto per passare ore davanti al camino, godendomi la mia famiglia finalmente riunita. Rima, il mio cagnone, ha apprezzato molto, un paio di volte l’ho trovata “adagiata” sopra il sandwich di stoffa e spilli perfettamente a suo agio. Ho mantenuto il proposito, il quilt è dedicato a lei, dovrò però farle capire che è mio! Manca solo da cucire l’etichetta

ed è già finito!

 I

Da non credere…

Se si dà un diverso valore al tempo, scorre diverso. Se non si ha paura, si raggiungono mete che si pensavano impossibili. Se mi fossi fermata a pensare al tempo che avrei potuto impiegare, beh forse non l’avrei mai iniziato. E invece sono partita con una sana ignoranza e la determinazione di colmarla, motore potentissimo per raggiungere traguardi inaspettati.

Ho fatto tutto quello che non avrei dovuto fare, sono partita a trapuntare all’esterno, si dovrebbe partire dal centro. Si dovrebbe fare un imparaticcio non fare i primi punti su un quilt, però ci ho preso gusto. Guastare? E perché ? È talmente irregolare…. e cosa c’è di regolare in tutto quello che ho sotto gli occhi? Cosi tra mille domande, altrettante risposte, pensieri, tazze di the, chiacchiere con chi condivideva la stanza insieme a me, coccole a Rima che voleva stendersi sul quilt e tentativi più o meno riusciti di regolarizzare il punto, il trapunto a mano è finito e un po’ mi è dispiaciuto.

Sono finiti anche i giorni di vacanza per i pendolari della mia famiglia e le giornate sembravano non avere più colori. Passeggiando con Rima, mi sono chiesta se non fossi triste e con sorpresa ho scoperto che la giornata voleva scoprire i miei colori, quelli più riservati

Non ero triste, una composta gratitudine per tutti i momenti speciali di questi giorni è affiorata con un pudore che non conoscevo, i colori spenti e pacati non hanno portato malinconia, ma hanno permesso che affiorasse tutta la carica d’amore che mi ha nutrito l’anima in questo tempo… senza tempo.

 

 

Scrittura terapeutica

Sto “scrivendo” un nuovo piccolo quilt, un quilt per un bimbo che si chiama Bruno

e intanto pressa la voglia di scrivere davvero..

Sono troppo grande per un bigliettino a Babbo Natale, ma la tentazione di scrivere una lettera è davvero molto forte. Scrivere mi ha sempre fatto sentire meglio, mi mette in contatto con la mia parte più intima, sincera. È sorprendente la mole che si riesce a spostare con carta e penna. Macigni, intere catene montuose irte di punte e asperità che poggiano pesantemente sulla bocca dello stomaco, che schiacciano i polmoni e premono sul cuore finché non batte quasi più, vengono spazzati via come se fossero toccati dalla bacchetta di un mago. Svaniscono portandosi dietro anche la sgradevole sensazione di aver perso tanto tempo a rimuginare, tempo che non è stato vissuto.

Qualche anno fa ho fatto un corso di scrittura terapeutica con Sonia Scarpante (se appoggiate il dito sul suo nome andate dritti dritti al suo sito internet). Sonia ci invitava a scrivere tutto quello che passava per la testa e il cuore, in modo da dare sollievo ad entrambi. Il mio incontro con questo corso è avvenuto in un momento in cui un evento mi aveva ricordato che, come tutti, ho una data di scadenza. Quando vi trovate in una situazione che vi fa sentire che la fine della vostra vita è un eventualità più che concreta, avete fondamentalmente due strade percorribili:

1) Cavolo! Devo darmi da fare!

2) Ueeeeee! Che sfortuna, proprio a me…! E aspettare che il resto del mondo paghi pegno perché la sfiga è solo vostra, gli altri stanno meglio di voi.

Ho già espresso il mio pensiero a riguardo nel post Poteva andare peggio . Posso solo sottolineare come ognuno di noi abbia un proprio sistema metrico dove il dolore, l’evento negativo in generale, raggiunge sempre il valore più alto e non è comparabile con quello di un altro. È il mio motivo, il mio sistema di misura, è la mia vita che devo e posso gestire. Non è sfiga. È una cosa che è capitata a me e di cui mi devo occupare (it is what it is).

Meno raramente di quello che si pensa, un evento ad alto impatto emozionale può trasformarsi in una grande, grandissima opportunità. Di fare, fare quello che non si ha mai avuto il coraggio di affrontare, cambiare, concedersi il lusso di sbagliare… si inaugura un nuovo sistema metrico dove le cose che davvero contano sono così poche, ma così poche che si vede tutto con occhi diversi.

Nel corso di scrittura terapeutica ho scritto svariate lettere, tutte terribilmente importanti, dolorose. Un miscuglio di sangue e lacrime dipanato dai vari Caro X…, Cara Y…, Cari XY…, e così via, come trascinata da una corrente vitale impossessatasi della mia mano che mette in fila nero su bianco sulla carta quello che é aggrovigliato nell’anima. E qui la magia: una volta fissato sulla carta, resta lì, l’anima si alleggerisce. Sonia non escludeva la possibilità di inviare realmente la lettera al destinatario, cosa che in un caso ho fatto e la cui efficacia si è moltiplicata esponenzialmente.

E così prendo carta e penna non per scrivere a Babbo Natale, ma per scrivere ad una persona che non leggerà questa lettera, o se mai dovesse farlo, non lo farà consapevolmente. Ho bisogno che anche questa volta funzioni, la mia anima è appesantita, Natale che si avvicina mi chiede di rinascere.

Buongiorno X, non so dirti in realtà cosa mi porta ad essere così ostile con te, forse la necessità di lasciarti andare, di chiudere davvero. Temo di non essere affatto brava in questo, mi fa paura, mi da dolore. Sei una delle mie più grandi delusioni, credevo avessi un’altra testa, un altro carattere. Credevo di avere una forza diversa e invece eccomi qui a controllare quello che dico, attenta a non creare ponti, nemmeno per un’escursione senza impegno. Mi domando l’origine della mia rabbia, in fondo quello che da fastidio a me danneggia te. La tua rigidità mentale, l’incapacita di mettersi in gioco, di allargare lo sguardo, di uscire dall’ignoranza pur avendone la posssibilità, solo per pigrizia, solo perché il tuo principale impegno è compiacere chi ti sta intorno. Non c’è cattiveria in questo, solo un primordiale istinto di sopravvivenza che tiene conto dell’ambiente che ti circonda, dimenticando chi sei, se mai lo sai. Ho nuotato controcorrente per dimostrare che gli altri si sbagliavano, che la tua natura era diversa, ora sono senza fiato su uno scoglio. Nessuno mi ha detto “te l’avevo detto”, tutti mi sono incredibilmente vicino nell’attesa che i miei polmoni si riempiano nuovamente d’aria. È una battaglia che ho perso e, nel domandarmi come ho potuto fare un errore di valutazione così grande, mi dico che finché si sbaglia si è sulla strada giusta. Sbagliare è un verbo vitale, di movimento, di evoluzione, significa che sono ancora giovane, che devo crescere, posso desiderare di più ? Così prendo questo impegno pubblicamente, in modo da tenere a bada la tentazione di tirarmi indietro: da oggi depongo l’ascia, lascio che il tuo dire una cosa, farne un’altra e pensarne un’altra ancora, sia semplicemente un modo d’essere, il più lontano possibile da me. Restare chiusi nel proprio piccolo mondo, non volersi confrontare, è una tua scelta, diversamente ti costerebbe fatica, fatica che non vuoi sostenere. Ti lascio dove sei, col tuo sorriso di facciata, scottata dall’aridità e dall’avarizia del tuo intelletto, ma rispettando la tua scelta di essere quello che sei. Non devo recitare, devo solo pensare a me quando parlo con te, stare attenta a conservare la mia energia ed emozioni per quello che è importante per me e non dissiparle. Guarderò te e penserò a me, mi chiederò dove sono e, se mai ti fossi troppo vicino, mi tirerò dolcemente un orecchio per tornare sulla mia strada di battaglie perse e di vita vinta.

La domanda “io dove sono?” sarà il mio nuovo mantra. Riportare l’attenzione a me stessa servirà a ricordare che sono altro rispetto al sentimento che ha preso il sopravvento, a mantenere la giusta distanza in modo da  vivere quello che scelgo di vivere e non cadere nella tentazione di giudicare il resto che mi circonda. È altro da me, e tanto basta.

Intanto ricevo posta anch’io, bellissima (sono la bionda a destra!):

Grazie Elettra 😘!

Dopo la neve…arriva Natale!

E ora che la neve è arrivata

ci prepariamo al Natale. Immagino che ogni casa sia un po’ come l’officina di Babbo Natale:

Ho trascurato il trapunto a mano e ho tirato fuori dall’armadio la mia amata Blue (la macchina da cucire). Insieme abbiamo fatto dei sacchetti per i regali utilizzando vecchie camicie di mio marito e ritagli di imbottitura:

ho messo una strisciolina di imbottitura per rifinire la parte superiore del sacchetto

e anche sotto alla palla di Natale con le cinciallegre

Se avete la fortuna di avere un marito “ben piantato” come il mio, da ogni camicia ricavate un sacchetto e avete avanzi per fare altro, magari una bustina…

Intanto che la macchina da cucire è sul tavolo, quasi quasi faccio qualche Mug Rug (sottotazza)

e scopro con grande piacere che il retro potrebbe essere utilizzato per l’Happy Hour 🥂!

così mi fermo, testo un “Mug Rug Happy Hour” e mi verso un calice di Martini. Una patatina dopo l’altra io e il mio cagnone ci diciamo che la magia del Natale proprio non ha età…

Aspettando la neve

Le previsioni l’hanno data copiosa anche in pianura, io e il mio cagnone aspettiamo in trepidante attesa (io un po’ meno…) e intanto tempriamo il fisico in qualsiasi condizione la natura si proponga. Giornata bigia autunnale:

Un po’ di gelo:

La nebbia:

Un raggio di sole inaspettato:

Alba infuocata (ma che freddo!):

 

A casa è passata di nuovo la fatina per cucire un calendario dell’avvento per un piccolo amico:

e la Simo si è imbarcata in un’impresa epica, ha deciso di trapuntare a mano l’ultimo quilt. Fatto con tessuti giapponesi e americani, è ottenuto da quadrati di cm 15×15. Le operazioni di taglio dei tessuti sono durate parecchio, gli angoli dei quadrati sono stati sostituiti da tessuti diversi, allo scopo ho tagliato 768 quadratini di cm 5×5

Altro processo laborioso è stato l’abbinamento quadrati-quadratini, ma una volta fatto, cucire è stato semplice. Non ho segnato ne stirato le diagonali dei quadratini, ho attaccato del nastro adesivo in silicone (delicatissimo per la pelle, ancor di più per la mia macchina da cucire) alla base della macchina da cucire, in modo da mantenere l’inclinazione corretta del blocco durante la cucitura:

Poi ho tagliato solo il triangolino del quadratino piccolo, senza tagliare anche l’angolo del quadrato più grande:

In un tutorial Leah Day, se non ricordo male, consigliava di non tagliare il blocco originale. Lasciando integro il quadrato di 15×15 cm, durante il processo di assemblamento dei blocchi si evitano distorsioni. C’è un ulteriore vantaggio con questo metodo, non ho rifilato ulteriormente il blocco una volta cuciti gli angoli, ho utilizzato come riferimento per le cuciture il perimetro del quadrato 15×15.

Qualche tentennamento nel dividere i blocchi in gruppi di tonalità chiaro/scuro per poterli abbinare con una certa uniformità. Trasformare la foto dei blocchi in bianco e nero ha facilitato il compito

Approvata la composizione

ho raccolto in pacchetti le righe  per la cucitura finale

E alla fine mi sono tolta anche questo sfizio, ho infilato l’ago con un Retors d’Alsace n.12 e, prima di capire bene come si fa, sono partita a trapuntare.

Ho utilizzato ditali di ogni tipo quasi su ogni dito, messo e tolto telaio, cambiato ago più volte, perso le impronte digitali, la sensibilità su due dita e rischiato la distorsione dei pollici, avviluppato il quilt in inestricabili spirali intanto che mi chiedevo perché lo facevo. Ogni giorno un tutorial diverso e la speranza di trovare il mio metodo, ogni giorno la consapevolezza che avrei potuto trapuntarlo a macchina in un tempo assolutamente più contenuto, ma…

Ma…il rumore che fa il filo da ricamo intanto che attraversa la stoffa mi ha stregato, ripetere un gesto così lento e tranquillo ha messo pace nei miei pensieri. Il tempo è scomparso, abituato a scorrere veloce e implacabile, non si è fatto una ragione del fatto che non lo sfruttassi al massimo. L’ho trattato come se non esistesse, come se non avesse tutto il valore che gli diamo, come se ne avessi all’infinito. Incredulo ha lasciato il posto alla crescente certezza che, punto dopo punto, avrei costruito una dimensione parallela in cui il tempo non c’è, la Simo non deve correre, non deve rendere al massimo, ma anzi si può fermare, può fermare quello che vuole.

Magico.

I miei punti sono piccoli, irregolari, molto naïf, quasi tribali. Ho tentato quasi tutto e fatto quasi tutto quello che non si deve fare nel trapunto a mano, sono comunque molto orgogliosa, ho affrontato una mia chimera, non dovrò più dire “non sono capace” ma potrò dire “sono capace a modo mio”, un bel traguardo.

Dopo qualche incertezza ho deciso di trapuntare dei cerchi all’interno dell’ottagono, volevo disegnare delle righe ma il mio cane non me lo ha permesso, sospetto non le piacessero proprio

L’idea dei cerchi le è piaciuta subito, sarà stato il piattino che le ricorda il momento della pappa, forse il più bello della giornata…

Il mio primo quilt senza tempo e… dedicato a Rima, il mio cagnone, c’è un feeling speciale tra i due (come spiegarle che però lo userò io?)

I triangolini che ho tagliato sono finiti in una scatolina, ma ci sono rimasti poco. Soffrivano di claustrofobia e si sono tuffati su un pezzetto d’imbottitura

tanto fitti da creare un nuovo tessuto che ho ricoperto con un pezzo di tulle nero

La mia Blue (la mia macchina da cucire, anche la vostra ha un nome?), ha poi trapuntato in linee semplici

 

e creato una bustina

 

che ho impacchettato chiudendola con un nastro di cotone ricavato da una maglietta non più utilizzabile (qui il tutorial  http://www.craftpassion.com/recycle-tutorial-making-of-t-shirt-yarn/2/  ) e usando per il fiocco i ritagli del tessuto creato per la bustina

Se si vogliono riposare le mani ancora un po’ se ne può fare un’altra magari trapuntandola col free motion

Poi basta che se no la Rima fa la cuccia nel quilt che aspetta di essere trapuntato! A presto 😘