Corri… che è presto!

L’ influenza e la pioggia che si è trasformata in neve

hanno fermato per un po’ le mie scarpette da corsa. Tra i buoni propositi per il nuovo anno mi ero ripromessa di fare attività fisica con più regolarità. Parto sempre bene, poi basta un intoppo qualunque per fermare questa fonte di benessere. La corsa non è mai stata il mio forte e, a dirla tutta, non so se mi piace poi così tanto. È però uno degli sport più democratici che conosca: si può correre a tutte le età, a velocità variabili, all’ora che più aggrada, in qualsiasi posto. Per questo l’ho scelta, non intacca la mia libertà, posso gestirla secondo necessità e alla fine fa stare così bene!

Richiede un obiettivo, non basta la sola motivazione dello stare meglio; ci sono mille modi per star bene, molti dei quali molto più allettanti della fatica della corsa. Il mio obiettivo quest’anno è ridurre il tempo impiegato a percorrere ogni chilometro. È un’impresa epica per me, ma ho deciso di crederci e questo mi ha dato una determinazione che mi ha stupito. Per questo quando la febbre e il maltempo mi hanno dato lo stop, lo sconforto ha mostrato i muscoli, ancora una volta mi sarei fermata, ancora una volta sarei dovuta ripartire perdendo parte dei progressi raggiunti, un film visto già un milione di volte.

Le abitudini si possono instaurare ma si possono anche modificare. Occorre esserne consapevoli e essere disposti a vincere la paura di muovere passi su un terreno sconosciuto. Bisogna credere anche se nell’immediato non c’è nessuna evidenza, un atto di fede. Qualsiasi sia il motivo che vi spinge a iniziare a correre, chili in più, benessere fisico, stress, etc. non sarà sufficiente per continuare a correre se non instaurate un’abitudine. La corsa deve avere il suo spazio, vi deve mancare se non riuscite a farla, dovete soffrire un po’ anche nel non farla! Motivazione, obiettivo e determinazione sono la chiave per riuscire a portare a termine quello che ci si prefigge. E così stamattina anziché vedere gli ostacoli, ho deciso di cambiare un’altra abitudine. Ho ancora il raffreddore? Si, ma molto meno. Non riesco a dormire? Si, ma ho tempo per far dell’altro. Dovrò recuperare sei allenamenti? Si, ma non devo ripartire da zero. Volontariamente ho cercato qualcosa di positivo da affiancare a quello che la mia mente mi proponeva come unica lettura della realtà. La mia mente non è cattiva è, per sua naturale fisiologia, propensa a propormi uno scenario che già conosce, lo fa prima ancora che io possa rendermene conto. Se quando mi sveglio noto che è troppo presto, il mio cervello mi manda informazioni al riguardo e di conseguenza predispone il mio umore. È troppo presto, non hai riposato abbastanza, sarai stanca, sarà dura… sono le informazioni che ha raccolto le volte precedenti, tutte le volte che mi sono svegliata troppo presto. Sa anche che mi arrabbierò un po’ perché non riuscirò più a riaddormentarmi, mi darà tutte queste indicazioni convinta di far un buon servigio, mi darà la sua interpretazione della realtà in base a segnali a lei noti, in modo che io possa dedicare le mie energie ad altro, non ci siamo evoluti grazie anche alla capacità di gestire diverse situazioni contemporaneamente?

E così alle 5 di mattina anziché guardare sconsolata la sveglia per poi fissare il soffitto e passare in rassegna i pensieri e la giornata che mi aspettava, mi sono detta “ma che bello che ho tempo di andare a correre anche se devo andare a lavorare!”. Ecco, bisogna dirselo con una certa enfasi, alzarsi subito o quasi e infilarsi una tenuta da jogging che comprenda anche un cappellino che domi la cresta con cui mi sveglio ogni mattina. Occorre uscire appena infilate le scarpette, senza guardare il meteo o il termometro. Un solo minuto di esitazione e il vostro cervello prenderà il sopravvento annientando il buon proposito. Avete il vantaggio dell’effetto sorpresa, ma dura poco contro l’esperienza dei vostri navigati neuroni. Le scale saltellando e in un attimo sono in strada, la mia musica preferita nelle cuffie.

Corri che è presto! Che c’è tutto il tempo di farlo con calma (!), che la città è tutta tua, che dopo starai sicuramente meglio, meglio di quando stai a letto ad aspettare l’ora giusta di alzarti nella speranza di riaddormentarti. Ed è proprio così, ogni passo è un’iniezione di forza e fiducia, il miglior ricostituente che si possa desiderare. La Cittadella e il Parco Ducale non aprono prima delle 6, così rilassando consapevolmente i muscoli che si erano inconsapevolmente contratti per la temperatura non proprio mite, prendo la direzione del centro città e corro strade, vicoli e piazze che normalmente si percorrono a fatica, trafficate da pedoni, bici, moto, bus  e macchine. C’è ancora il buio della notte, la luna che splende e l’aria tersa e profumata. Incontrerò in quaranta minuti una quindicina di persone, comprese quelle alle guida di veicoli. Mi sembrerà ancora più incredibile quando un’ora dopo uscirò di nuovo col mio cagnone e troverò oltre al solito traffico una nebbia fittissima. Se provassi a convincere il mio cervello che anziché una scocciatura è un privilegio alzarsi alle 5? Ci lavorerò su…

Ho lavorato anche le mie stoffe in questi giorni, il quilt senza copione è alla fase per me più cruciale, devo decidere come quiltarlo. Ho unito i miei quadrati in gruppi di quattro

dopo ho unito i gruppi in righe

le righe fra di loro

fatto un bordo tutt’intorno e il preparato il back (retro)

Ho tirato fuori dalla libreria i miei libri di free motion

e li ho sfogliati come se fosse la prima volta, ancora una volta come ripartire da zero, un film già visto un milione di volte….

Senza copione

Un nuovo quilt! Proprio ora che continuo a dirmi che non ho tempo. In realtà è molto più  semplice: per portare a termine un lavoro occorre iniziarlo. Non è la scoperta dell’acqua calda, è la prima mossa astuta da fare quando non si ha tempo per niente ma si vuole fare un quilt. A gennaio ho terminato “Best friend”, il quilt trapuntato a mano, poi l’epidemia influenzale ha fatto lievitare le ore di lavoro, ho iniziato una sfida epica con la corsa, ripreso in mano i miei amati libri, casa, spesa, cucina, stiro, qualche guaio, un aperitivo con un’amica speciale, perché ci vuole anche un po’ di svago… insomma si fa in fretta a finire una giornata.

La mia Juki intanto riposa in silenzio al buio di un armadio, neanche fosse in castigo. Mentalmente faccio l’appello, passo in rassegna le mie stoffe, ho idea di quello che voglio mettere insieme. Confesso che un paio di volte ho aperto l’armadio, le ho tirate fuori, allineate, provato diverse composizioni e rimesse dentro.

Poi arriva il giorno giusto. Che non lo sai che è quello giusto finché non ti accorgi che le stoffe non le riponi più nell’armadio ma le lasci sul tavolo. Non ci sono segnali particolari, semplicemente le giornate non possono continuare ad andare avanti così.

Basta una mezz’ora di un’altra giornata per decidere definitivamente quali tessuti saranno per sempre insieme nel nuovo quilt.

Un po’ di tempo occorrerà per decidere come tagliare, lo farò in una pausa pulizie di casa con una tisana in mano.

Un giorno, dopo aver demolito la pila di biancheria da stirare, appoggerò finalmente il ferro sui tessuti da usare.

Una cena veloce e preparata prima di andare al lavoro, mi lascerà il tempo per il taglio.

Le mie stoffe mi guarderanno interrogativamente per qualche giorno, eviterò di ricambiare lo sguardo per non soffrire. Allineate sul piano di taglio aspettano che compaia la mia amata Juki. Ho si e no un’ora e mezza prima di cena, non è forse il momento giusto per tirare fuori la macchina da cucire e occupare metà tavolo, ma in certi giorni quello che è giusto è semplicemente quello che vuoi.

Così a pezzettini, sfruttando qualche mezz’ora, un’ora  o due (evento più unico che raro), arrivo ad avere pronti i miei 336 quadratini bicolori.

Ho usato i fogli di “Cake Mix Recipe” per cucire. Visti in diversi tutorial e comperati da un rivenditore durante un quilting day. Permettono di tagliare la stoffa con leggera approssimazione o di utilizzare tagli non proprio perfetti e di cucire senza segnare alcuna linea. Non si deve far altro che mettere dritto contro dritto due quadrati di stoffa da 10 inch, seguire le linee tratteggiate per cucire e le linee continue per tagliare. Una pacchia, anche se dopo la carta bisogna toglierla…

 

E ora il momento della verità. Qual’era il mio progetto? Rullo di tamburi e…. un po’ di imbarazzo. Il mio progetto era cucire insieme stoffe che mi piacessero. Tutto qua. Così ora ginocchioni sul pavimento provo diverse combinazioni con i miei quadratini e nessuna mi soddisfa. Non solo, non riesco nemmeno a trovarne una che mi permetta di usarli tutti. Quando ormai le mie rotule iniziano a crepare e la nausea fa capolino, prendo in considerazione altre foto di HST quilt (Half Square Triangle= quadrato ottenuto da due triangoli) su Pinterest. Ed eccolo lì il mio nuovo quilt, occorrerà una leggera modifica che mi permetterà di usare ogni quadrato e di avere una misura più che soddisfacente.

I quadrati saranno uniti a gruppi di otto a formare un rettangolo, ne userò 320 per il quilt e i restanti 16 li inserirò nel bordo. Ce l’ho la stoffa per il bordo? Forse sì o forse dovrò unire ancora qualcosa, non mi preoccupa, sono già contenta per aver trovato il mio progetto!

Ora diciamolo pure con chiarezza: non si dovrebbe lavorare così. Ma se vi succede è perché:

1) Fate già tutti i giorni un sacco di cose che non lasciano nessuno spazio alla sorpresa.

2) Se non avete un lavoro in cui è espressamente richiesta la creatività, potrebbe essere un problema esternarla, meglio attenersi alle specifiche operative che avete sottoscritto.

3) Avete già pensieri di tutti i tipi, non volete aggiungerne altri, il Patchwork deve restare nell’area giochi.

4) È come scrivere una storia: si scelgono i protagonisti, li si fanno incontrare, si assiste, anche palpitando, alle loro vicissitudini e il finale è sempre bello.

5) Di tutti i “ma chi me l’ha fatto fare?” questo è l’unico di cui conoscete la risposta perché parla di voi. Nei momenti di smarrimento, perché ci sono, trovate la vostra vera natura e, se non avete caricato il tutto con aspettative tossiche, riuscite a manifestarla con soddisfazione. È una sfida che non si perde mai, perché si trovano sempre diverse strade, una manna per i veri viaggiatori…

Le poche volte che ho fatto un progetto patchwork, anche piccolo, non sono mai riuscita a rispettarlo. C’era sempre un’idea in corso d’opera, un intoppo che mi portava ad una via alternativa, una cosa che mi soddisfava di più di un’altra e il grande, grandissimo piacere di fare quello che realmente mi andava di fare, occasione più unica che rara in una giornata tipo. Sto iniziando ad esportare questo modello comportamentale anche in altri ambiti della mia vita. L’altra mattina ad esempio, ho mandato al diavolo il cronometro durante la mia corsa e mi sono fermata a contemplare e fotografare il sole che sorgeva. Non l’avrei fatto, non ero sicura di volerlo fare e alla fine l’ho fatto e sarei rimasta anche a parlare alle papere del laghetto che mi stavano venendo incontro speranzose in una crosta di pane

Siamo tanto abituati ad eseguire compiti secondo un copione fisso e prestabilito che, quando si vuole deviare anche per pochi secondi, ci sembra di fare qualcosa che non va. Sono felice di aver corso verso il laghetto e di essermi fermata, nessun record, ma cuore e occhi pieni di stupefacente bellezza. E ho pensato che mi piace proprio andare così, senza copione, a sentimento.

Il mio tempo

Il tempo è un’invenzione dell’uomo. E scorre diverso a seconda dello stato dell’anima. Complici i giorni di festa, è trascorso tanto tempo dall’ultimo post. Ho letto, preso una card per il cinema, sperimentato in cucina, mi sono data un obiettivo per la corsa, fatto qualche bella nuotata e chilometri con il mio cagnone. Un cane aiuta a dare al tempo un valore diverso. Il mio quattrozampe è intransigente, capisce subito se devo andare al lavoro, ma se non ho i minuti contati non riesco mai a tornare a casa quando voglio. Avrei accorciato l’uscita nei giorni freddi che hanno preceduto il Natale, ma a capo chino per ripararmi dal freddo, ho vagabondato cogliendo la bellezza del gelo

che mi ha ispirato un doppio strato di imbottitura nel quilt per il piccolo Bruno

La trapuntatura con il free motion ha reso molto bene, il doppio strato ha evidenziato il trapunto e il quilt è risultato caldo e soffice

Ed ecco “Sweet baby” in un pacchetto da mettere sotto l’albero, ho usato  i ritagli del back per il fiocco:

Ogni tanto la mia vicina si ferma per un saluto. La scorsa primavera mi raccontò di questo bimbo nato da poco, con una tale emozione che siamo finite con l’asciugarci le lacrime agli occhi. Stavo cucendo un quilt e gliene promisi uno per Bruno, in cambio le ho chiesto una foto, non ho mai incontrato questo piccolo uomo. È da riempire di baci, bello come pochi 😍!

Ci sono state giornate stupende

con albe dai colori incredibili, la potenza della luce che irrompe nella profondità del buio, spettacoli di pochi secondi da cogliere al volo (sempre grazie a Rima)

 

E anche verso sera, passeggiando nei borghi in città c’era meraviglia da riempire gli occhi

La mia macchina da cucire si è riposata, il tavolo era equamente diviso tra mia figlia e i suoi libri e mio marito con computer e fogli vari. Così ho occupato il divano con il mio ultimo quilt. Il trapunto a mano, che tanto avevo temuto, è stato perfetto per passare ore davanti al camino, godendomi la mia famiglia finalmente riunita. Rima, il mio cagnone, ha apprezzato molto, un paio di volte l’ho trovata “adagiata” sopra il sandwich di stoffa e spilli perfettamente a suo agio. Ho mantenuto il proposito, il quilt è dedicato a lei, dovrò però farle capire che è mio! Manca solo da cucire l’etichetta

ed è già finito!

 I

Da non credere…

Se si dà un diverso valore al tempo, scorre diverso. Se non si ha paura, si raggiungono mete che si pensavano impossibili. Se mi fossi fermata a pensare al tempo che avrei potuto impiegare, beh forse non l’avrei mai iniziato. E invece sono partita con una sana ignoranza e la determinazione di colmarla, motore potentissimo per raggiungere traguardi inaspettati.

Ho fatto tutto quello che non avrei dovuto fare, sono partita a trapuntare all’esterno, si dovrebbe partire dal centro. Si dovrebbe fare un imparaticcio non fare i primi punti su un quilt, però ci ho preso gusto. Guastare? E perché ? È talmente irregolare…. e cosa c’è di regolare in tutto quello che ho sotto gli occhi? Cosi tra mille domande, altrettante risposte, pensieri, tazze di the, chiacchiere con chi condivideva la stanza insieme a me, coccole a Rima che voleva stendersi sul quilt e tentativi più o meno riusciti di regolarizzare il punto, il trapunto a mano è finito e un po’ mi è dispiaciuto.

Sono finiti anche i giorni di vacanza per i pendolari della mia famiglia e le giornate sembravano non avere più colori. Passeggiando con Rima, mi sono chiesta se non fossi triste e con sorpresa ho scoperto che la giornata voleva scoprire i miei colori, quelli più riservati

Non ero triste, una composta gratitudine per tutti i momenti speciali di questi giorni è affiorata con un pudore che non conoscevo, i colori spenti e pacati non hanno portato malinconia, ma hanno permesso che affiorasse tutta la carica d’amore che mi ha nutrito l’anima in questo tempo… senza tempo.

 

 

Scrittura terapeutica

Sto “scrivendo” un nuovo piccolo quilt, un quilt per un bimbo che si chiama Bruno

e intanto pressa la voglia di scrivere davvero..

Sono troppo grande per un bigliettino a Babbo Natale, ma la tentazione di scrivere una lettera è davvero molto forte. Scrivere mi ha sempre fatto sentire meglio, mi mette in contatto con la mia parte più intima, sincera. È sorprendente la mole che si riesce a spostare con carta e penna. Macigni, intere catene montuose irte di punte e asperità che poggiano pesantemente sulla bocca dello stomaco, che schiacciano i polmoni e premono sul cuore finché non batte quasi più, vengono spazzati via come se fossero toccati dalla bacchetta di un mago. Svaniscono portandosi dietro anche la sgradevole sensazione di aver perso tanto tempo a rimuginare, tempo che non è stato vissuto.

Qualche anno fa ho fatto un corso di scrittura terapeutica con Sonia Scarpante (se appoggiate il dito sul suo nome andate dritti dritti al suo sito internet). Sonia ci invitava a scrivere tutto quello che passava per la testa e il cuore, in modo da dare sollievo ad entrambi. Il mio incontro con questo corso è avvenuto in un momento in cui un evento mi aveva ricordato che, come tutti, ho una data di scadenza. Quando vi trovate in una situazione che vi fa sentire che la fine della vostra vita è un eventualità più che concreta, avete fondamentalmente due strade percorribili:

1) Cavolo! Devo darmi da fare!

2) Ueeeeee! Che sfortuna, proprio a me…! E aspettare che il resto del mondo paghi pegno perché la sfiga è solo vostra, gli altri stanno meglio di voi.

Ho già espresso il mio pensiero a riguardo nel post Poteva andare peggio . Posso solo sottolineare come ognuno di noi abbia un proprio sistema metrico dove il dolore, l’evento negativo in generale, raggiunge sempre il valore più alto e non è comparabile con quello di un altro. È il mio motivo, il mio sistema di misura, è la mia vita che devo e posso gestire. Non è sfiga. È una cosa che è capitata a me e di cui mi devo occupare (it is what it is).

Meno raramente di quello che si pensa, un evento ad alto impatto emozionale può trasformarsi in una grande, grandissima opportunità. Di fare, fare quello che non si ha mai avuto il coraggio di affrontare, cambiare, concedersi il lusso di sbagliare… si inaugura un nuovo sistema metrico dove le cose che davvero contano sono così poche, ma così poche che si vede tutto con occhi diversi.

Nel corso di scrittura terapeutica ho scritto svariate lettere, tutte terribilmente importanti, dolorose. Un miscuglio di sangue e lacrime dipanato dai vari Caro X…, Cara Y…, Cari XY…, e così via, come trascinata da una corrente vitale impossessatasi della mia mano che mette in fila nero su bianco sulla carta quello che é aggrovigliato nell’anima. E qui la magia: una volta fissato sulla carta, resta lì, l’anima si alleggerisce. Sonia non escludeva la possibilità di inviare realmente la lettera al destinatario, cosa che in un caso ho fatto e la cui efficacia si è moltiplicata esponenzialmente.

E così prendo carta e penna non per scrivere a Babbo Natale, ma per scrivere ad una persona che non leggerà questa lettera, o se mai dovesse farlo, non lo farà consapevolmente. Ho bisogno che anche questa volta funzioni, la mia anima è appesantita, Natale che si avvicina mi chiede di rinascere.

Buongiorno X, non so dirti in realtà cosa mi porta ad essere così ostile con te, forse la necessità di lasciarti andare, di chiudere davvero. Temo di non essere affatto brava in questo, mi fa paura, mi da dolore. Sei una delle mie più grandi delusioni, credevo avessi un’altra testa, un altro carattere. Credevo di avere una forza diversa e invece eccomi qui a controllare quello che dico, attenta a non creare ponti, nemmeno per un’escursione senza impegno. Mi domando l’origine della mia rabbia, in fondo quello che da fastidio a me danneggia te. La tua rigidità mentale, l’incapacita di mettersi in gioco, di allargare lo sguardo, di uscire dall’ignoranza pur avendone la posssibilità, solo per pigrizia, solo perché il tuo principale impegno è compiacere chi ti sta intorno. Non c’è cattiveria in questo, solo un primordiale istinto di sopravvivenza che tiene conto dell’ambiente che ti circonda, dimenticando chi sei, se mai lo sai. Ho nuotato controcorrente per dimostrare che gli altri si sbagliavano, che la tua natura era diversa, ora sono senza fiato su uno scoglio. Nessuno mi ha detto “te l’avevo detto”, tutti mi sono incredibilmente vicino nell’attesa che i miei polmoni si riempiano nuovamente d’aria. È una battaglia che ho perso e, nel domandarmi come ho potuto fare un errore di valutazione così grande, mi dico che finché si sbaglia si è sulla strada giusta. Sbagliare è un verbo vitale, di movimento, di evoluzione, significa che sono ancora giovane, che devo crescere, posso desiderare di più ? Così prendo questo impegno pubblicamente, in modo da tenere a bada la tentazione di tirarmi indietro: da oggi depongo l’ascia, lascio che il tuo dire una cosa, farne un’altra e pensarne un’altra ancora, sia semplicemente un modo d’essere, il più lontano possibile da me. Restare chiusi nel proprio piccolo mondo, non volersi confrontare, è una tua scelta, diversamente ti costerebbe fatica, fatica che non vuoi sostenere. Ti lascio dove sei, col tuo sorriso di facciata, scottata dall’aridità e dall’avarizia del tuo intelletto, ma rispettando la tua scelta di essere quello che sei. Non devo recitare, devo solo pensare a me quando parlo con te, stare attenta a conservare la mia energia ed emozioni per quello che è importante per me e non dissiparle. Guarderò te e penserò a me, mi chiederò dove sono e, se mai ti fossi troppo vicino, mi tirerò dolcemente un orecchio per tornare sulla mia strada di battaglie perse e di vita vinta.

La domanda “io dove sono?” sarà il mio nuovo mantra. Riportare l’attenzione a me stessa servirà a ricordare che sono altro rispetto al sentimento che ha preso il sopravvento, a mantenere la giusta distanza in modo da  vivere quello che scelgo di vivere e non cadere nella tentazione di giudicare il resto che mi circonda. È altro da me, e tanto basta.

Intanto ricevo posta anch’io, bellissima (sono la bionda a destra!):

Grazie Elettra 😘!

Dopo la neve…arriva Natale!

E ora che la neve è arrivata

ci prepariamo al Natale. Immagino che ogni casa sia un po’ come l’officina di Babbo Natale:

Ho trascurato il trapunto a mano e ho tirato fuori dall’armadio la mia amata Blue (la macchina da cucire). Insieme abbiamo fatto dei sacchetti per i regali utilizzando vecchie camicie di mio marito e ritagli di imbottitura:

ho messo una strisciolina di imbottitura per rifinire la parte superiore del sacchetto

e anche sotto alla palla di Natale con le cinciallegre

Se avete la fortuna di avere un marito “ben piantato” come il mio, da ogni camicia ricavate un sacchetto e avete avanzi per fare altro, magari una bustina…

Intanto che la macchina da cucire è sul tavolo, quasi quasi faccio qualche Mug Rug (sottotazza)

e scopro con grande piacere che il retro potrebbe essere utilizzato per l’Happy Hour 🥂!

così mi fermo, testo un “Mug Rug Happy Hour” e mi verso un calice di Martini. Una patatina dopo l’altra io e il mio cagnone ci diciamo che la magia del Natale proprio non ha età…

Aspettando la neve

Le previsioni l’hanno data copiosa anche in pianura, io e il mio cagnone aspettiamo in trepidante attesa (io un po’ meno…) e intanto tempriamo il fisico in qualsiasi condizione la natura si proponga. Giornata bigia autunnale:

Un po’ di gelo:

La nebbia:

Un raggio di sole inaspettato:

Alba infuocata (ma che freddo!):

 

A casa è passata di nuovo la fatina per cucire un calendario dell’avvento per un piccolo amico:

e la Simo si è imbarcata in un’impresa epica, ha deciso di trapuntare a mano l’ultimo quilt. Fatto con tessuti giapponesi e americani, è ottenuto da quadrati di cm 15×15. Le operazioni di taglio dei tessuti sono durate parecchio, gli angoli dei quadrati sono stati sostituiti da tessuti diversi, allo scopo ho tagliato 768 quadratini di cm 5×5

Altro processo laborioso è stato l’abbinamento quadrati-quadratini, ma una volta fatto, cucire è stato semplice. Non ho segnato ne stirato le diagonali dei quadratini, ho attaccato del nastro adesivo in silicone (delicatissimo per la pelle, ancor di più per la mia macchina da cucire) alla base della macchina da cucire, in modo da mantenere l’inclinazione corretta del blocco durante la cucitura:

Poi ho tagliato solo il triangolino del quadratino piccolo, senza tagliare anche l’angolo del quadrato più grande:

In un tutorial Leah Day, se non ricordo male, consigliava di non tagliare il blocco originale. Lasciando integro il quadrato di 15×15 cm, durante il processo di assemblamento dei blocchi si evitano distorsioni. C’è un ulteriore vantaggio con questo metodo, non ho rifilato ulteriormente il blocco una volta cuciti gli angoli, ho utilizzato come riferimento per le cuciture il perimetro del quadrato 15×15.

Qualche tentennamento nel dividere i blocchi in gruppi di tonalità chiaro/scuro per poterli abbinare con una certa uniformità. Trasformare la foto dei blocchi in bianco e nero ha facilitato il compito

Approvata la composizione

ho raccolto in pacchetti le righe  per la cucitura finale

E alla fine mi sono tolta anche questo sfizio, ho infilato l’ago con un Retors d’Alsace n.12 e, prima di capire bene come si fa, sono partita a trapuntare.

Ho utilizzato ditali di ogni tipo quasi su ogni dito, messo e tolto telaio, cambiato ago più volte, perso le impronte digitali, la sensibilità su due dita e rischiato la distorsione dei pollici, avviluppato il quilt in inestricabili spirali intanto che mi chiedevo perché lo facevo. Ogni giorno un tutorial diverso e la speranza di trovare il mio metodo, ogni giorno la consapevolezza che avrei potuto trapuntarlo a macchina in un tempo assolutamente più contenuto, ma…

Ma…il rumore che fa il filo da ricamo intanto che attraversa la stoffa mi ha stregato, ripetere un gesto così lento e tranquillo ha messo pace nei miei pensieri. Il tempo è scomparso, abituato a scorrere veloce e implacabile, non si è fatto una ragione del fatto che non lo sfruttassi al massimo. L’ho trattato come se non esistesse, come se non avesse tutto il valore che gli diamo, come se ne avessi all’infinito. Incredulo ha lasciato il posto alla crescente certezza che, punto dopo punto, avrei costruito una dimensione parallela in cui il tempo non c’è, la Simo non deve correre, non deve rendere al massimo, ma anzi si può fermare, può fermare quello che vuole.

Magico.

I miei punti sono piccoli, irregolari, molto naïf, quasi tribali. Ho tentato quasi tutto e fatto quasi tutto quello che non si deve fare nel trapunto a mano, sono comunque molto orgogliosa, ho affrontato una mia chimera, non dovrò più dire “non sono capace” ma potrò dire “sono capace a modo mio”, un bel traguardo.

Dopo qualche incertezza ho deciso di trapuntare dei cerchi all’interno dell’ottagono, volevo disegnare delle righe ma il mio cane non me lo ha permesso, sospetto non le piacessero proprio

L’idea dei cerchi le è piaciuta subito, sarà stato il piattino che le ricorda il momento della pappa, forse il più bello della giornata…

Il mio primo quilt senza tempo e… dedicato a Rima, il mio cagnone, c’è un feeling speciale tra i due (come spiegarle che però lo userò io?)

I triangolini che ho tagliato sono finiti in una scatolina, ma ci sono rimasti poco. Soffrivano di claustrofobia e si sono tuffati su un pezzetto d’imbottitura

tanto fitti da creare un nuovo tessuto che ho ricoperto con un pezzo di tulle nero

La mia Blue (la mia macchina da cucire, anche la vostra ha un nome?), ha poi trapuntato in linee semplici

 

e creato una bustina

 

che ho impacchettato chiudendola con un nastro di cotone ricavato da una maglietta non più utilizzabile (qui il tutorial  http://www.craftpassion.com/recycle-tutorial-making-of-t-shirt-yarn/2/  ) e usando per il fiocco i ritagli del tessuto creato per la bustina

Se si vogliono riposare le mani ancora un po’ se ne può fare un’altra magari trapuntandola col free motion

Poi basta che se no la Rima fa la cuccia nel quilt che aspetta di essere trapuntato! A presto 😘

Fattori che possono influire (non poco) nella realizzazione di un quilt

Nei commenti allo scorso post, ci sono quello di Lucy che sottolinea la solidarietà della mia famiglia (cane compreso) come supporto al processo creativo di un quilt, e quello di Manuela che vede “rinascere” un progetto nel momento in cui viene realizzato seguendo la propria interpretazione. Sono due osservazioni che meritano una parola in più.

Senza l’appoggio familiare sarebbe per me impossibile cucire e trapuntare. Vero è che questa solidarietà può anche non essere spontanea, ma nascere come diretta conseguenza di un’imposizione (non mi piace molto questo termine ma il dizionario dei sinonimi non me ne offre uno altrettanto efficace). Cioè se io dico “oggi il tavolo è mio” oppure “puoi occuparne solo questo pezzo perché il resto serve a me”, non è che i miei familiari tutti felici mi dicono “mamma che bello che cuci!”. Se invito ad apparecchiare senza spostare nulla, durante il pasto capita che si sottolinei la posizione innaturale in cui si devono tenere i gomiti per non sconfinare nel posto tavola vicino. Tutto ciò crea una gran intimità, che non sempre è apprezzata come dovrebbe.

Il processo creativo poi, come ben sapete, quando si manifesta deve essere assecondato, bisogna cogliere l’attimo. Ed è un attimo che i negozi chiudano, che scopri che in frigo non c’è quello che pensavi, lo stesso attimo in cui il tuo cane ti guarda e ti dice “usciamo?”, lo stesso istante in cui ti sembra di sentire il rigurgito del cesto della biancheria da stirare (domani cosa indosso se è tutto lì dentro?) e gli occupanti della casa si dirigono in cucina per vedere cosa c’è sui fornelli (niente, sigh!). È incredibile quanto può stare in un attimo. Vedo mio figlio mangiare un bell’uovo ma vedo anche il suo desiderio di una pasta al ragù, il mio cane farebbe altri tre chilometri ma torniamo a casa, devo avere ancora una maglietta pulita per domani e magari a colazione ci faremo un buon the che il latte è finito. Spirito d’adattamento, solidarietà, senso d’ineluttabilità, consapevolezza che quello che non posso fare io possono farlo loro? Il miracolo comunque si ripete ogni volta, la mamma crea e loro lasciano fare.

Quando è stata ora di mettere insieme i blocchi del nuovo quilt, tutti hanno capito la mia emozione. Ha richiesto diverse ore per il taglio delle stoffe, pensavo di non finire più. Centonovantadue quadrati di cm 15×15 e settecentosessantotto quadratini di cm 5×5 che una volta cuciti non vedevo l’ora di combinare in un nuovo top. Uno per tutti l’esempio di solidarietà del mio cagnone:

Prendo una manciata di crocchette e le metto sul suo cuscino, è più morbido e così “arredato” lo troverà irresistibile. Mi sciacquo le mani, torno al mio quilt e…

Tralascio gli esempi di solidarietà degli altri familiari per senso del decoro, però posso dirvi non mollate, NON MOLLATE MAI, anche se tutto sembra esservi contro, anche se non c’è spazio e non c’è tempo, se ci sono bocche affamate e cani tra i piedi, la cosa che fa la differenza è la determinazione con cui fate una cosa. Anche se non siete i più bravi o i più dotati, raggiungerete mete impensabili e continuerete a spostare il vostro punto d’arrivo in modo da non arrivare mai, l’unico modo che conosco per crescere.

Resto sorpresa anch’io a volte, della grande differenza che c’è tra il mio quilt e quello che l’ha ispirato. In un caso erano talmente diversi che alla fine mi sono domandata come avessi fatto a raggiungere un risultato così distante pur volendo assolutamente seguire il progetto ispiratore. I motivi sono vari e alcuni temo sorprendenti (in senso negativo) per le quilter più esperte. Non ho mai fatto un calcolo del tessuto che mi occorreva, ho lavorato quello che avevo, a volte acquistato on line in diversi ordini. Quando “a occhio” mi sembrava sufficiente, partivo a cucire. Non so mai la misura del mio quilt quando inizio, però so dove voglio arrivare, così mi tengo sempre un margine di recupero. Aggiungo bordi dove non ce ne sono, un tessuto che stacchi in modo che possa essere, all’occorrenza, da trait d’union tra collezioni diverse. Mi sono resa conto che è importante per me che resti l’aspetto giocoso, l’effetto sorpresa, la fase d’improvvisazione che è la culla della creatività. Eseguo già tutti i giorni tanti compiti come richiesto e non come vorrei che fossero, non riuscirei a mettere tanta determinazione in una cosa che non sento mia, che non è mia. Ed è così che parto con un’idea e nel corso della sua attuazione cambio punto di vista e mi permetto deviazioni anche importanti. I miei quilt raccontano inequivocabilmente le mie contraddizioni, i dubbi, le incertezze che lascio scorrere sul filo che li cuce. Oso molto e con una paura non direttamente proporzionale; riesco a non prendermi troppo sul serio e scopro così sfumature che non pensavo di avere. Come ho scritto in risposta a Manu, m’innamoro di un’immagine, ma quando devo riprodurla non riesco mai a farla uguale. Non riesco perché le mie modalità espressive sono diverse e perché non è mai come eseguire un compito, è un momento tutto mio, in cui mi concedo tante libertà. Anche quella di continuare a cucire nonostante il frigo vuoto 😜.

Il nuovo top? Altra deviazione dal progetto originario e scostamento importante dalla mia scelta abituale dei tessuti. È stato ottenuto da fat quarters di tessuti giapponesi (un fat quarter è un taglio di tessuto di circa 50×55, un’unità di vendita molto comune nel patchwork. Sarebbe un quarto, quarter, di una yard, unità metrica dei paesi anglosassoni. Una yard è un po’ meno di un metro, circa 0,9 mt, un quarto di yarda sarebbe circa 45×55 considerando un’ altezza del tessuto di 110 cm. Ecco perché è necessario aggiungere l’aggettivo fat, grasso. Un fat quarter è un quarto grasso perché invece di 45×55 è 50×55! ). I tessuti giapponesi che ho acquistato sono di cotone tinto in filo con filato di trama più grosso del cotone americano. I colori hanno una pacatezza inconfondibile e le fantasie sono quasi inesistenti, a volte sono date solo dalla trama

Considerando il loro costo, più alto di qualsiasi altro cotone patchwork, capirete l’acquisto on line di un solo fat quarter per tipo di tessuto disponibile in un sito che li svendeva per eliminarne l’assortimento. Sono rimasti impilati per un bel po’, finché Yoko Saito  non è venuta in mio soccorso

Nel libro “Scrap Valley” c’è un piccolo quilt da parete chiamato Octagone quilt. È una meraviglia, i suoi blocchi sono di soli 5 cm, il trapunto fatto a mano una delizia che non smetterei di guardare. L’ho osservato fino a consumarmi gli occhi, notando che aveva mescolato ai classici cotoni anche cotoni stampati, così l’ho fatto anch’io e ho mescolato a quei colori così cauti e delicati toni accesi e stampe più o meno grandi. Ho tagliato qualche quadrato in tessuto americano fantasia e tanti, tantissimi, quasi troppi, quadratini (settecentosessantotto, mi spiace ripeterlo, ma danno un’idea dello smarrimento quando ad un certo punto del taglio mi sono fermata per calcolarne il numero) scegliendo tra i miei ritagli.

Il risultato è molto caldo, ha una nota vibrante al limite del lecito nell’armonia dei tessuti giapponesi. Diciamo che ha un equilibrio tutto suo, che è poi il mio, un equilibrismo più che un equilibrio. Un continuo oscillare per allargare il punto di vista e per proseguire nel cammino, un costante aggiustamento nella rotta per non arrivare mai

Ecco il nuovo top che ondeggia felice spinto dall’aria fredda di questa domenica di novembre

Ma vi dirò di più su di lui la prossima volta.

Ringrazio Luisa che mi fa stendere sul suo terrazzino tra i tetti dell’oltretorrente e mi lascia sulla cassapanca le delizie che sforna con amore e che mi/ci nutrono impareggiabilmente nei momenti creativi e non 😘.

Un pensiero anche a tutte quelle di noi che stanno vivendo giorni in cui il futuro è congelato, l’orizzonte non si vede più, ma si attende con ansia che arrivi il momento da cui ripartire. Perché ogni volta che ci viene tolto un pezzo è una rinascita, volenti o nolenti siamo persone nuove, molto spesso più forti. In bocca al lupo amica mia, non vedo l’ora di ritrovarti e di vedere le meraviglie che con ago e filo sai creare 😍.

 


 

Tra le righe

“Between the lines” (Tra le righe) è finito:

nel back ci sono un po’ di attrezzi per mantenere in buono stato il giardino di fiori colorati che lo compongono. Il top é quasi interamente composto da tessuti Tilda, una “collezione” personale nata quando mi sono affacciata al patchwork e cresciuta nel corso del tempo

Il quasi è perchè ho inserito come elemento di rottura un tessuto stampato con parole in corsivo

Non riesco a resistere ad un pezzo di stoffa dove è scritto qualcosa, che sia corsivo o stampatello non importa. Un quilt è sempre un racconto, una storia di una passione scritta con disegni, colori, forme e cuciture e tra le righe…anche con parole.

Lo schema del quilt viene dal libro di Sarah Fielke “Hand quilted with love”. La prima volta l’ho visto su Pinterest ed è stato subito amore, un progetto semplice che permette di utilizzare tante, tantissime fantasie di tessuti.

Come è nato The bass line di Sarah Fielke? È un quilt molto speciale destinato ad una cara amica di Sarah a cui era scomparso prematuramente il marito. Ideato da Sarah è stato invece eseguito da quilter e blogger di tutto il mondo su invito di Sarah che voleva circondare d’affetto l’amica Amy, anche lei una nota quilt blogger.

Il risultato è coloratisssimo, mai uguale. La Fielke disegna il blocco di The bass line pensando alla linea dei bassi in un impianto stereo. Dan, il marito di Amy, scriveva musica ed era conosciuto soprattutto per il suo lavoro nella tecno music. La risposta delle quilter e blogger è stata tale che, oltre a The bass line, Sarah riesce a realizzare un quilt anche per Anabel, la figlia di Amy, un bellissimo esempio di sostegno collettivo e una conferma dell’amore e della passione che c’è in ogni quilter:

Io ho deciso di dividere i tessuti per colore e di comporre il top con strisce in gradazione; ne è uscito un quilt romantico, delicato ma anche molto vivo, pieno di fantasie e colori

Per avere meno scarto possibile ho tagliato singolarmente e cucito ogni fantasia di tessuto. Il libro propone anche un altro metodo più veloce che non ho potuto utilizzare perché i miei tessuti hanno tutti, o quasi, un verso e perché avrebbe comportato uno spreco di qualche cm delle mie preziose stoffe (è in realtà un lavoro perfetto per utilizzare ritagli). Sono nate così tante righe in cui scorre prevalentemente un colore declinato anche in più di una decina di diverse fantasie.

Per la quiltatura ho deciso una cosa semplice e non rettilinea per diversi motivi:

– semplice perché ci ho messo tanto tempo a tagliare. Il top per i miei standard era riuscito più che bene e se c’era una cosa che poteva andare storta era la quiltatura. Ho cercato di ridurre i danni e ho pensato che, data la gran varietà di tessuti, un po’ di sobrietà nella quiltatura non avrebbe guastato

– semplice perché non posso tenere per troppi giorni un quilt di 220×240 cm sull’unico tavolo di casa mia. Riuscite ad immaginare come può essere rilassante qualcuno che arriva affamato con tovaglia e piatti e vuole apparecchiare mentre voi siete concentratissime a quiltare la riga blu? Finite di quiltare la riga, sollevate con amore la vostra creatura per appoggiarla sul divano per poi spostarla di nuovo dopo mangiato perché c’è chi ci si vorrebbe sedere sopra

– se non avessi fatto un acquisto quest’estate, direi semplice perché lo spray adesivo temporaneo che uso per tenere insieme il sandwich in attesa della trapuntatura non mi da la certezza di “tenere” al meglio per tanti giorni. Quilt così grandi che devono essere continuamente spostati (tre pasti al giorno più sessioni di studio e/o lavoro di marito e figli aggiungono movimento al tessuto oltre quello già richiesto dal quilting), necessitano di avere i tre strati ben fissati. Non è contemplata l’imbastitura che richiede tempo e spazio che non ho. Per essere più precisi non è che non abbia il tempo necessario, potrei ad esempio decidere di impiegare piu giorni per fare un quilt, ma sarebbero giorni di disagio che graverebbero sul risultato: ci ho messo tanto tempo, ho fatto tanta fatica che… non ho il coraggio di usarlo, ma come faccio a regalarlo, si rovinerà a lavarlo? e così via. Se ci ho messo comunque tempo e impegno ma, cosa fondamentale, mi sono anche divertita, voglio che il mio tempo e impegno abbiano un senso, voglio continuare a goderne, voglio che le persone che amo ne godano, voglio sorridere quando mio figlio, appena appoggiato il top al letto dopo l’ultima laboriosa cucitura, mi chiede “Posso tuffarmici sopra?”. Un quilt dove non ci si può tuffare sopra, che anima ha? Ma soprattutto, un quilt che ha girato così tanto per casa, con figlio predisposto a tuffi e cane che non vede l’ora che abbassi la guardia per potercisi accoccolare sopra, è un quilt che deve aver paura della lavatrice? Stampo su ogni etichetta “Lavaggio e centrifuga delicati” in onore, rispetto e ricordo di tanto lavoro e senza la certezza che potrebbe durare per sempre. I miei quilt nascono quindi per essere usati, goduti e non solo guardati, se impiegassi mesi per farli forse non sarebbe così. Inoltre, il fatto di non pensarli eterni, mi da la possibilità di acquistare tessuti per farne altri 😜.

L’acquisto di quest’estate? In spiaggia in una manciata di secondi. Incredibile davvero quello che oggi si può fare con uno smartphone. In un attimo sei nei saldi estivi degli Stati Uniti e acquisti a prezzo ridotto spilli della Glover con fantastici tappi in speciale materiale plastico. Li avevo già visti in tanti tutorial di free motion, molto più veloci da mettere e togliere delle spille da balia, punta decisamente più sottile e quindi delicatissimi sul tessuto, fissaggio perfetto, duraturo, senza colla spray o imbastiture. Unica e ormai scontata pecca, il costo che ha tutto ciò che riguarda il Patchwork. Così, quando ho visto la mail che avvertiva degli sconti a tempo limitato, ho fatto il conto del quantitativo di spilli che sarebbe occorso per un quilt King size (matrimoniale) e di quello che la dogana italiana avrebbe aggiunto alla mia spesa ( l’Iva del 22% non la nega a nessuno 😢). È stato necessario anche qualche secondo per riflettere su come avrebbe reagito mio marito all’ennesima spesa patchwork, ma ero in vacanza e in vacanza non bisogna portare pensieri e problemi, così la riflessione è stata posticipata in un momento più consono e il mio indice si è posato sulla casellina “acquista ora”, perché lo sanno tutti che se c’è scritto “acquista ora” è sottinteso “o mai più”.

Questi Pinmoore hanno funzionato alla grande, Between the lines si è spostato come una perturbazione atlantica nei 100 metri quadri di casa mia (non è passato dai bagni, ma letti, tavolo e divano li ha fatti tutti) ed è rimasto perfettamente composto nell’assemblamento originale:

Veramente soddisfatta, spero lo sia anche mio marito che non ha ancora notato la spesa.

Altra scoperta positiva è stato lo scaffale del supermercato allestito per l’inzio dell’anno scolastico. Ho acquistato una nuova penna cancellabile della Pic che, a differenza della Frixion Pen della Pilot, una volta cancellata col ferro da stiro, non lascia nessun segno lucido sulle stoffe più scure

Spesa minima, grande risultato.

Non ho voluto righe per la quiltatura perché ce ne erano già troppe nel top e perché qualsiasi deviazione da una linea retta delle tante striscioline di tessuto disponibilissime ahimè a “muoversi”, avrebbe rovinato il colpo d’occhio. Ogni taglio, ogni cucitura avrebbe potuto deviare anche nel corso di uno stitch in the ditch (impuntura fatta sopra la cucitura) e annullare la soddisfazione per un top eseguito in maniera più che soddisfacente.

Tante righe mi hanno riportato alla memoria pagine e pagine di l scritte in corsivo quando non andavo ancora a scuola. Era la cosa che più assomigliava alla scrittura e, a suo tempo, mi avevano dato grande soddisfazione. L’ho quiltato così, come in un gioco e in ogni riga ho nascosto una parola vera, da cercare, da scoprire. Va da sè che è più facile scrivere le l su un quaderno che cucirle a free motion su un quilt così grande

Per quanto esercizio possiate fare su un campione di stoffa, rifarlo su un vero grande quilt è tutta un’altra cosa. Io vado avanti fiduciosa, se tutti dicono che ci vuole esercizio, tanto esercizio e poi si riesce, credo, voglio credere che sarà così.

Dodici righe, dodici verbi che potessero avere un significato particolare. Anche questo sembra facile, ma sono state fatte più consultazioni in famiglia: bocciati verbi composti, aggettivi e sostantivi, analizzate sfumature di significato e consultato dizionario dei sinonimi, incredibile come ci si possa complicare la vita. Finalmente compare scritta, pardon cucita, la prima parola (love). Non si vede. Vabbè che deve essere nascosta, ma invisibile non sarà troppo…nascosta? Così ripasso la cucitura:

Sono felice, inizia a comparire sotto i miei occhi quello che vedevo nella mia mente. È un momento che ha una sua magia che va goduta fino in fondo, anche se suona il campanello, vi chiamano dalla cucina e il vostro cane si struscia sul bordo del quilt che penzola dal tavolo.

Tra le righe si può dire molto, a volte c’è tutto. Sono sfumature che non tutti sono in grado di cogliere, è un mezzo di comunicazione molto personale in cui si è tentati di racchiudere tutto quello che non si riesce a dire, che si ha paura di dire. Difficile resistere quando si può infilare elegantemente qualcosa tra le righe, ma se il messaggio è importante, è opportuno esprimerlo in altro modo, il fatto che possa non essere colto può essere fonte di grande frustrazione (ho ripassato le cuciture proprio per questo…).

Cuciti i miei 12 verbi, ho faticato io stessa per trovarli, bisogna cercarli con molta attenzione. Lo stile non è stato volutamente perfetto, c’è un grande rigore nelle strisce del top, ci voleva qualcosa che sdrammatizzasse il tutto. Così le l sono irregolari in altezza e inclinazione e il ripasso sulle scritte non segue alla perfezione la prima traccia.

Onestamente, e questo onestamente mi costa un po’, dare più regolarità alle l, avrebbe richiesto un’esperienza che ancora non ho. Metà quilt viene trapuntato da destra a sinistra e l’altra metà nel verso opposto. Anche se il braccio della mia macchina da cucire è più largo di una macchina normale, se c’è troppo ingombro a destra le mani non riescono a muoversi e a trascinare i metri di stoffa. Cambiare verso di quiltatura significa cambiare anche un po’ l’inclinazione, se non si è ancora esperti. Tra le tante cose che succedono ogni giorno bisogna farsi una ragione anche di questo 😜.

I dodici verbi? Dream (sogna), Love (ama), Play (gioca), Enjoy (godi), Try (prova), Believe (credi), Explore (esplora), Smile (sorridi), Shine (risplendi), Listen (ascolta), Share (condividi), Feel (senti). Mi piacciono tutti, avrei scritto molto di più, anche se è più giusto che lo faccia qui, un quilt si scrive col cuore e col cuore si deve leggere.

Vi confesso che…

… che sono sul terrazzino non mio, di fianco al mio cagnone, circondata dalle mie piante (ma quanto è cresciuto l’avocado!), e siamo tutte abbandonate a questo perfetto sole autunnale. Sono le prime ore del pomeriggio e sono in pausa, ho quiltato metà coperta senza considerare che avrei dovuto girarla per quiltare l’altra metà. Ogni volta mi sembra di aver considerato tutte le variabili e poi scopro di aver tralasciato particolari semplici ma tutt’altro che trascurabili, sigh!

In realtà non è di “Between the lines”, il nuovo quilt, che volevo parlarvi. Merita un post a parte, ho fatto nuove scoperte e voglio condividerle con voi. Ora sta riposando sul mio letto, sembra docile ma, come tutti, ha il suo carattere

Volevo dirvi quanto mi fanno piacere i vostri commenti, quelli che fate sul blog, che mi inviate via WhatsApp, che mi fate quando ci incontriamo. Resto senza parole, in imbarazzo, ho quasi vergogna a dirvi che mi scaldano il cuore. Condividere entusiasmo lo moltiplica, condividere un errore quasi lo annulla, si va oltre in entrambi i casi con l’animo decisamente più leggero. Siete speciali, vorrei mettere più in evidenza i vostri pensieri ma, che ci crediate o no, non so ancora bene come si fa a modificare il blog.

L’idea di un blog sul patchwork l’ho avuta appena mi sono rivolta al Web per idee e informazioni. C’è veramente poco in italiano, il linguaggio tecnico mi impediva di seguire come avrei voluto e il modern patchwork è quasi esclusivamente in inglese. Farò un blog in italiano, spiegherò quello che finalmente ho capito e anch’io avrò dato il mio contributo. Eh si, perché quando si prende tanto, alla fine è con prepotenza, quasi con urgenza che arriva la necessità di partecipare alla conoscenza per far sì che continui a crescere, per fare in modo che le persone siano più consapevoli, per migliorarsi, per migliorare.

Non sono solo cuciture e tagli di stoffe, è mettersi alla prova, tentare, esplorare, amare, giocare… è condividere senza nascondere, senza nascondersi, è fatica, passione, è vita. Così il blog era inevitabile, ma non era mai pronto, io non ero mai pronta, è rimasto chiuso nel cassetto dei sogni dandogli un peso che finora non aveva mai avuto. Una cosa che potevo fare ma che non riuscivo a fare perché non sapevo come si faceva.

E qui arriva il bello, il cassetto dei sogni aveva un peso eccessivo perché era stufo di aspettare che imparassi a fare come si fa, arriva un momento che si deve aprire e si deve fare. Se c’è determinazione, s’impara poi. Così ho scritto il primo timido post a letto con la febbre a 38, mi sembrava una buona scusa nel caso non ce l’avessi fatta 😜. In realtà ricordo benissimo di aver appoggiato sul letto il libro che cercavo di leggere e di essermi detta non è quello che voglio, di aver preso il tablet e di averci messo un tempo epico per capire come caricare una foto e inserirla nell’articolo, avrei imparato strada facendo, mi dissi mandando giù una tachipirina.

Imparare strada facendo è una strada che non arriva mai, non c’è in nessuna mappa e quindi ha un corso imprevedibile. È la strada migliore da fare con un amico, ognuno porta il suo zaino, si possono dire due parole ma anche no, siamo lì uno accanto all’altro e anche senza tenerci la mano siamo più uniti che mai.

È la strada che sto facendo con voi e non potrei avere amici migliori, GRAZIE!

Incontri, lavori e … una risposta

Non ci crederete, ma ho incontrato la fatina dei dentini che mi ha commissionato un sacchettino per una mia piccola amica che ha perso il primo incisivo, che emozione!

Ho finalmente fatto per la Simo qualche guantopresina  per la cucina (un ibrido tra un guantone e una presina), incredibile quanto si rimandino certi lavori, e dire che sono semplici e utili!

Qualche bustina…

Ma era urgente un progetto, un progetto grande che richiede tempo, che accompagni il mio tempo.

Ogni tanto me lo domando perché cucio quilt grandi e colorati, per cui occorrono tante ore e tanto impegno. Intanto faccio in modo che non richiedano poi così tanto tempo, alla fine prevale la mia parte più pratica e realista, visto che quella sognante e fantasiosa già si sfoga con i tessuti e il taglio. L’impegno ce lo metto tutto, quello maggiore resta quello di resistere alla tentazione della perfezione a pari merito con quello di non far crescere troppo l’ansia da prestazione, poi penso che nessuno dei miei quilt avrà mai la capacità si salvare il mondo e me ne faccio una ragione.

Questa volta la domanda si è imposta, il quilt che ho iniziato richiede un certo rigore, quiltarlo non sarà semplice e il tempo che ho a disposizione in questi giorni è davvero poco e non privo di pensieri. La risposta è tutta qui: faccio quilt per confermarmi che ho tempo, che ho tempo davanti per finire un lavoro lungo, che ho tempo oggi anche se non ho tempo, per giocare con i colori, con i disegni, anche solo per venti minuti. Ho tempo per lasciar scorrere i miei pensieri insieme al filo della macchina da cucire, ho tempo per un lavoro apparentemente inutile, dal costo proibitivo se si paragona all’equivalente industriale, ma che una volta finito non soggiacerà a nessun paragone. Sarà unico, sarà carico di emozioni, sarà pieno d’amore, sarà un grande regalo anche per me, mi sarò concessa tempo, tempo prezioso, tempo che mi appartiene ma che uso sempre per altri, per qualcosa che deve per forza essere utile, altrimenti sembra non avere valore. Chi ha cucito anche un solo quilt, sa che è un lavoro a cui è impossibile dare un prezzo equo, non fosse altro per le ore impiegate. E infatti è una di quelle rare cose inestimabili, che prezzo si da ad una storia? Che prezzo ha una parte di te?

Ricordo di ogni quilt fatto la luce della stagione che più o meno dolcemente ha accompagnato le mie sessioni di cucitura, le indecisioni, gli errori, le scoperte, gli orari improbabili e anche i dieci minuti (dieci letteralmente) che mi sono concessa ma che sono bastati a rendermi felice per un’intera giornata. In quei dieci minuti c’ero io con la voglia di non prendermi troppo sul serio, con la leggerezza del gioco, con lo stupore del creare. Pensate ad un grande quilt, quanti di questi 10 minuti ci saranno?

È questo che cerco, il mio tempo. È questo che cerco, la Simo. E devo dire che mi trovo sempre diversa 😜

Però un’anticipazione di questo nuovo lavoro ve la voglio dare, questo è l’embrione della prima riga:

Un ripensamento a lavoro praticamente finito:

E ieri ginocchia massacrate per mettere insieme il sandwich (sono chiamati così i tre strati che compongono un quilt, la parte superiore o top, l’imbottitura, e il retro o back. La nota serve per chi, non facendo parte del pazzo mondo delle quilters, di nuovo mi rimprovererà di usare un linguaggio troppo tecnico. Perché è vero che i vostri commenti sono più che lusinghieri, però su WhatsApp siete più esigenti!)

Il quilt è un progetto di Sarah Fielke tratto dal libro “Hand quilted with love”. The bass line, questo il nome del quilt, l’ho scoperto tempo fa su Pinterest, ma solo dopo aver letto il libro ne ho appreso la storia

La mia è diversa, ve le racconto entrambe la prossima volta. Bacio grande 😘