Chevron quilt

Sono operosa. Le circostanze e la primavera mi costringono a guardare la quotidianità in modo diverso. Ho usato una  squadra patchwork ad esempio in modo non proprio ortodosso…

Ho fatto i “tonnarelli”. Sono stata a Roma ultimamente e ho mangiato dei tonnarelli cacio e pepe che erano una delizia. Ho deciso di rifarli e, non avendo nulla che mi permettesse di riprodurre questi spaghetti alla chitarra spessi e di forma squadrata, ho pensato che la mia squadra non si sarebbe offesa, anzi sarebbe stata curiosa di vedere e partecipare al lavoro della cucina.

Sotto la macchina da cucire sta nascendo uno “chevron quilt”. Chevron è il gallone sulla divisa militare, il tessuto a spina di pesce, un motivo a zig zag. Come nel precedente quilt Without script http://simpatchwork.com/free-motion-free-mind   ho cucito tanti HST (half square triangle, quadrati ottenuti con due triangoli). Ho usato uno charm pack (uno charm pack è un insieme di una quarantina di tagli di tessuto di una stessa collezione di 5”x5”, 5 inches sono 12,7 cm) e diversi tagli di stoffa acquistati in un secondo tempo. Avevo comperato quello charm pack quando ero alle prime armi col patchwork, l’esperienza mi ha poi insegnato che con un solo charm pack fare un quilt è pressoché impossibile, a meno che non si voglia un baby quilt. Questo è Without script

e questo lo chevron quilt in gestazione

Il pappagallo blu serve per distrarre il mio cagnone che, come al solito, troverà irresistibile qualsiasi pezzo di stoffa adagiato sul pavimento per sdraiarcisi sopra.

Raccolte e numerate le file di HST

si iniziano a cucire

 

Il nuovo quilt ha alti e bassi, picchi e cadute che, come non mai, sono un emblema di questa primavera che si comporta da estate. La fantasia dei tessuti è giovane, fresca, felice, è così la persona a cui andrà. Gli alti e i bassi sono i miei. Solo miei? A voi non capita mai di sentirvi come sulle montagne russe? Non partite mai decise verso una meta per trovarvi all’esatto opposto? Quante volte ripartite, fallite, ripartite, fallite e ripartite? Al di là di ogni effettiva qualità, penso che il fattore determinante per riuscire resti la determinazione, la perseveranza, la capacità di tentare una volta ancora, ostinatamente, instancabilmente.

È un caso la nascita di questo chevron quilt? Non sarà che finalmente sto accettando di avere alti e bassi che non riterrò penalizzanti nel raggiungimento della mia meta? Ma la vera domanda, quella che mi pongo da anni…

QUAL’È LA MIA META?

Complice la primavera, ma tutti gli anni mi sembra di trovarmi sempre allo stesso punto, per poi dirmi che non è vero, sto arrivando e… invece no, sto cadendo… e poi ancora sù, come nelle montagne russe.

 

La decisione più sensata

L’ho fatto di nuovo. Ancora una volta non ho resistito. Ho fermato scarpette e cronometro e…

Dichiaro che le mie foto non sono in alcun modo ritoccate e che l’alba di giovedì scorso era ancora più bella vista dal vivo !

Per il quilt senza copione, finirà che lo chiamerò così, ho sfogliato tutti i miei libri di free motion, guardato e riguardato tutorial e, quando ero sul punto di prendere la decisione più sensata e meno rischiosa, ho virato nel verso opposto. Mi piace sempre di più questo patchwork che mi permette azioni al limite dell’eroico!

La geometria del top chiamava una quiltatura a doppio trasporto come avevo già fatto in altri quilt. Qui sotto un esempio (prego notare la pazienza e l’altezza del mio “bambino” di cui si intravedono i piedini. Ancora un secondo e avrebbe appallottolato il quilt per gettarlo nello splendido orto di Luisa. Un po’ più in alto, no così è storto, non va bene la luce, ti spiace spostarti un attimo? Così ora per fotografarli, li appendo al filo per stendere i panni  del terrazzino della sempre generosa Luisa, il mio “bambino” al momento di collaborare sparisce….) :

Nella stessa foto ho unito fronte e retro, dove sono più visibili le onde fatte col piedino a doppio trasporto.

Seguendo i contorni dei quadrati, questo il primo quilt di una certa dimensione senza errori di quiltatura (ricordo ancora la felicità e l’orgoglio) :

O millerighe senza una distanza fissa (anche se è il quilt che mi ha fatto faticare di più, ma d’altronde quanti errori avevo fatto…) :

Ho preparato il sandwich del nuovo quilt fissandolo con gli spilli e i tappi Pinmoore (grande acquisto) di cui vi ho già raccontato  http://simpatchwork.com/tra-le-righe/

Ho infilato la macchina e i guanti per trapuntare con una certa fretta, un attimo in più e sarei caduta nella tentazione del doppio trasporto.

Difficile immaginare e fare il disegno per una quiltatura free motion che non sia il solito “meandering”, si dice così quando le linee sembrano girovagare a caso, due esempi:

Per quanto possano sembrare disegni semplici, non è poi così facile riempire un foglio senza interrompere il tratto della matita mantenendo una certa uniformità nel disegno

Ho tirato le somme:

Doppio trasporto: collaudato, resa sicura.

Free motion: mai fatto un disegno a riempimento degli spazi in un quilt così grande. Non riesco ad immaginare l’effetto di una quiltatura di questo tipo. Non riesco a riprodurre senza errori un disegno di questo genere per almeno due fogli del block notes, come farò in 240×260 cm?

Cosí ho preso la mia decisione e imboccato la strada per il viaggio più interessante: quilt senza copione con quiltatura free motion a foglie, senza copione pure loro.

E non ho nemmeno avuto paura 😜!

Corri… che è presto!

L’ influenza e la pioggia che si è trasformata in neve

hanno fermato per un po’ le mie scarpette da corsa. Tra i buoni propositi per il nuovo anno mi ero ripromessa di fare attività fisica con più regolarità. Parto sempre bene, poi basta un intoppo qualunque per fermare questa fonte di benessere. La corsa non è mai stata il mio forte e, a dirla tutta, non so se mi piace poi così tanto. È però uno degli sport più democratici che conosca: si può correre a tutte le età, a velocità variabili, all’ora che più aggrada, in qualsiasi posto. Per questo l’ho scelta, non intacca la mia libertà, posso gestirla secondo necessità e alla fine fa stare così bene!

Richiede un obiettivo, non basta la sola motivazione dello stare meglio; ci sono mille modi per star bene, molti dei quali molto più allettanti della fatica della corsa. Il mio obiettivo quest’anno è ridurre il tempo impiegato a percorrere ogni chilometro. È un’impresa epica per me, ma ho deciso di crederci e questo mi ha dato una determinazione che mi ha stupito. Per questo quando la febbre e il maltempo mi hanno dato lo stop, lo sconforto ha mostrato i muscoli, ancora una volta mi sarei fermata, ancora una volta sarei dovuta ripartire perdendo parte dei progressi raggiunti, un film visto già un milione di volte.

Le abitudini si possono instaurare ma si possono anche modificare. Occorre esserne consapevoli e essere disposti a vincere la paura di muovere passi su un terreno sconosciuto. Bisogna credere anche se nell’immediato non c’è nessuna evidenza, un atto di fede. Qualsiasi sia il motivo che vi spinge a iniziare a correre, chili in più, benessere fisico, stress, etc. non sarà sufficiente per continuare a correre se non instaurate un’abitudine. La corsa deve avere il suo spazio, vi deve mancare se non riuscite a farla, dovete soffrire un po’ anche nel non farla! Motivazione, obiettivo e determinazione sono la chiave per riuscire a portare a termine quello che ci si prefigge. E così stamattina anziché vedere gli ostacoli, ho deciso di cambiare un’altra abitudine. Ho ancora il raffreddore? Si, ma molto meno. Non riesco a dormire? Si, ma ho tempo per far dell’altro. Dovrò recuperare sei allenamenti? Si, ma non devo ripartire da zero. Volontariamente ho cercato qualcosa di positivo da affiancare a quello che la mia mente mi proponeva come unica lettura della realtà. La mia mente non è cattiva è, per sua naturale fisiologia, propensa a propormi uno scenario che già conosce, lo fa prima ancora che io possa rendermene conto. Se quando mi sveglio noto che è troppo presto, il mio cervello mi manda informazioni al riguardo e di conseguenza predispone il mio umore. È troppo presto, non hai riposato abbastanza, sarai stanca, sarà dura… sono le informazioni che ha raccolto le volte precedenti, tutte le volte che mi sono svegliata troppo presto. Sa anche che mi arrabbierò un po’ perché non riuscirò più a riaddormentarmi, mi darà tutte queste indicazioni convinta di far un buon servigio, mi darà la sua interpretazione della realtà in base a segnali a lei noti, in modo che io possa dedicare le mie energie ad altro, non ci siamo evoluti grazie anche alla capacità di gestire diverse situazioni contemporaneamente?

E così alle 5 di mattina anziché guardare sconsolata la sveglia per poi fissare il soffitto e passare in rassegna i pensieri e la giornata che mi aspettava, mi sono detta “ma che bello che ho tempo di andare a correre anche se devo andare a lavorare!”. Ecco, bisogna dirselo con una certa enfasi, alzarsi subito o quasi e infilarsi una tenuta da jogging che comprenda anche un cappellino che domi la cresta con cui mi sveglio ogni mattina. Occorre uscire appena infilate le scarpette, senza guardare il meteo o il termometro. Un solo minuto di esitazione e il vostro cervello prenderà il sopravvento annientando il buon proposito. Avete il vantaggio dell’effetto sorpresa, ma dura poco contro l’esperienza dei vostri navigati neuroni. Le scale saltellando e in un attimo sono in strada, la mia musica preferita nelle cuffie.

Corri che è presto! Che c’è tutto il tempo di farlo con calma (!), che la città è tutta tua, che dopo starai sicuramente meglio, meglio di quando stai a letto ad aspettare l’ora giusta di alzarti nella speranza di riaddormentarti. Ed è proprio così, ogni passo è un’iniezione di forza e fiducia, il miglior ricostituente che si possa desiderare. La Cittadella e il Parco Ducale non aprono prima delle 6, così rilassando consapevolmente i muscoli che si erano inconsapevolmente contratti per la temperatura non proprio mite, prendo la direzione del centro città e corro strade, vicoli e piazze che normalmente si percorrono a fatica, trafficate da pedoni, bici, moto, bus  e macchine. C’è ancora il buio della notte, la luna che splende e l’aria tersa e profumata. Incontrerò in quaranta minuti una quindicina di persone, comprese quelle alle guida di veicoli. Mi sembrerà ancora più incredibile quando un’ora dopo uscirò di nuovo col mio cagnone e troverò oltre al solito traffico una nebbia fittissima. Se provassi a convincere il mio cervello che anziché una scocciatura è un privilegio alzarsi alle 5? Ci lavorerò su…

Ho lavorato anche le mie stoffe in questi giorni, il quilt senza copione è alla fase per me più cruciale, devo decidere come quiltarlo. Ho unito i miei quadrati in gruppi di quattro

dopo ho unito i gruppi in righe

le righe fra di loro

fatto un bordo tutt’intorno e il preparato il back (retro)

Ho tirato fuori dalla libreria i miei libri di free motion

e li ho sfogliati come se fosse la prima volta, ancora una volta come ripartire da zero, un film già visto un milione di volte….

Senza copione

Un nuovo quilt! Proprio ora che continuo a dirmi che non ho tempo. In realtà è molto più  semplice: per portare a termine un lavoro occorre iniziarlo. Non è la scoperta dell’acqua calda, è la prima mossa astuta da fare quando non si ha tempo per niente ma si vuole fare un quilt. A gennaio ho terminato “Best friend”, il quilt trapuntato a mano, poi l’epidemia influenzale ha fatto lievitare le ore di lavoro, ho iniziato una sfida epica con la corsa, ripreso in mano i miei amati libri, casa, spesa, cucina, stiro, qualche guaio, un aperitivo con un’amica speciale, perché ci vuole anche un po’ di svago… insomma si fa in fretta a finire una giornata.

La mia Juki intanto riposa in silenzio al buio di un armadio, neanche fosse in castigo. Mentalmente faccio l’appello, passo in rassegna le mie stoffe, ho idea di quello che voglio mettere insieme. Confesso che un paio di volte ho aperto l’armadio, le ho tirate fuori, allineate, provato diverse composizioni e rimesse dentro.

Poi arriva il giorno giusto. Che non lo sai che è quello giusto finché non ti accorgi che le stoffe non le riponi più nell’armadio ma le lasci sul tavolo. Non ci sono segnali particolari, semplicemente le giornate non possono continuare ad andare avanti così.

Basta una mezz’ora di un’altra giornata per decidere definitivamente quali tessuti saranno per sempre insieme nel nuovo quilt.

Un po’ di tempo occorrerà per decidere come tagliare, lo farò in una pausa pulizie di casa con una tisana in mano.

Un giorno, dopo aver demolito la pila di biancheria da stirare, appoggerò finalmente il ferro sui tessuti da usare.

Una cena veloce e preparata prima di andare al lavoro, mi lascerà il tempo per il taglio.

Le mie stoffe mi guarderanno interrogativamente per qualche giorno, eviterò di ricambiare lo sguardo per non soffrire. Allineate sul piano di taglio aspettano che compaia la mia amata Juki. Ho si e no un’ora e mezza prima di cena, non è forse il momento giusto per tirare fuori la macchina da cucire e occupare metà tavolo, ma in certi giorni quello che è giusto è semplicemente quello che vuoi.

Così a pezzettini, sfruttando qualche mezz’ora, un’ora  o due (evento più unico che raro), arrivo ad avere pronti i miei 336 quadratini bicolori.

Ho usato i fogli di “Cake Mix Recipe” per cucire. Visti in diversi tutorial e comperati da un rivenditore durante un quilting day. Permettono di tagliare la stoffa con leggera approssimazione o di utilizzare tagli non proprio perfetti e di cucire senza segnare alcuna linea. Non si deve far altro che mettere dritto contro dritto due quadrati di stoffa da 10 inch, seguire le linee tratteggiate per cucire e le linee continue per tagliare. Una pacchia, anche se dopo la carta bisogna toglierla…

 

E ora il momento della verità. Qual’era il mio progetto? Rullo di tamburi e…. un po’ di imbarazzo. Il mio progetto era cucire insieme stoffe che mi piacessero. Tutto qua. Così ora ginocchioni sul pavimento provo diverse combinazioni con i miei quadratini e nessuna mi soddisfa. Non solo, non riesco nemmeno a trovarne una che mi permetta di usarli tutti. Quando ormai le mie rotule iniziano a crepare e la nausea fa capolino, prendo in considerazione altre foto di HST quilt (Half Square Triangle= quadrato ottenuto da due triangoli) su Pinterest. Ed eccolo lì il mio nuovo quilt, occorrerà una leggera modifica che mi permetterà di usare ogni quadrato e di avere una misura più che soddisfacente.

I quadrati saranno uniti a gruppi di otto a formare un rettangolo, ne userò 320 per il quilt e i restanti 16 li inserirò nel bordo. Ce l’ho la stoffa per il bordo? Forse sì o forse dovrò unire ancora qualcosa, non mi preoccupa, sono già contenta per aver trovato il mio progetto!

Ora diciamolo pure con chiarezza: non si dovrebbe lavorare così. Ma se vi succede è perché:

1) Fate già tutti i giorni un sacco di cose che non lasciano nessuno spazio alla sorpresa.

2) Se non avete un lavoro in cui è espressamente richiesta la creatività, potrebbe essere un problema esternarla, meglio attenersi alle specifiche operative che avete sottoscritto.

3) Avete già pensieri di tutti i tipi, non volete aggiungerne altri, il Patchwork deve restare nell’area giochi.

4) È come scrivere una storia: si scelgono i protagonisti, li si fanno incontrare, si assiste, anche palpitando, alle loro vicissitudini e il finale è sempre bello.

5) Di tutti i “ma chi me l’ha fatto fare?” questo è l’unico di cui conoscete la risposta perché parla di voi. Nei momenti di smarrimento, perché ci sono, trovate la vostra vera natura e, se non avete caricato il tutto con aspettative tossiche, riuscite a manifestarla con soddisfazione. È una sfida che non si perde mai, perché si trovano sempre diverse strade, una manna per i veri viaggiatori…

Le poche volte che ho fatto un progetto patchwork, anche piccolo, non sono mai riuscita a rispettarlo. C’era sempre un’idea in corso d’opera, un intoppo che mi portava ad una via alternativa, una cosa che mi soddisfava di più di un’altra e il grande, grandissimo piacere di fare quello che realmente mi andava di fare, occasione più unica che rara in una giornata tipo. Sto iniziando ad esportare questo modello comportamentale anche in altri ambiti della mia vita. L’altra mattina ad esempio, ho mandato al diavolo il cronometro durante la mia corsa e mi sono fermata a contemplare e fotografare il sole che sorgeva. Non l’avrei fatto, non ero sicura di volerlo fare e alla fine l’ho fatto e sarei rimasta anche a parlare alle papere del laghetto che mi stavano venendo incontro speranzose in una crosta di pane

Siamo tanto abituati ad eseguire compiti secondo un copione fisso e prestabilito che, quando si vuole deviare anche per pochi secondi, ci sembra di fare qualcosa che non va. Sono felice di aver corso verso il laghetto e di essermi fermata, nessun record, ma cuore e occhi pieni di stupefacente bellezza. E ho pensato che mi piace proprio andare così, senza copione, a sentimento.